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Vi dicono che Cristo è un mito, come Krishna? Raccontate allora la storia di don Enelio Franzoni

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Il Timone - pubblicato il 18/08/15

Non mi raccontò molto del freddo, della fame continua che degrada l’uomo a bestia, dell’umiliazione del defecare sulla neve in fila davanti ai carcerieri, dei pidocchi e della fatica del lavoro forzato. 

Quel che ricordava lui erano le confessioni ai giovani italiani prigionieri, i salti mortali per procurarsi un goccio di vino da Messa per comunicarli; a quanti aveva dovuto dare l’ultimo sacramento, a quanti aveva dovuto chiudere gli occhi. 

Dei ragazzi con le stellette che morivano nel lager, don Franzoni teneva nota. Cominciò a segnarli su un libretto: nome, cognome, data della morte, luogo della sepoltura. Ma i ragazzi morivano come mosche, e presto il libriccino non bastò più. Poiché non c’era altra carta ed era vietato averne, don Franzoni cominciò; a scrivere, con un mozzicone di lapis copiativo, sulla sua bustina militare; cognomi, data, fossa comune di sepoltura.

Non bastò nemmeno la bustina militare. Don Franzoni continuò dunque a scrivere sul suo cappotto, prima dentro, nella fodera, poi fuori. 

Conservava ancora quel cappotto, e me lo mostrò: il goffo cappotto di Lanital grigioverde, sfilacciato, irrigidito di sporcizia – cappotto da mendicante e da barbone, non più da soldato. Ed era tutto scritto, con una grafia minuta, in ogni minimo spazio. Nomi, cognomi, date, fossa di sepoltura. Migliaia di nomi. «Per poterli ritrovare» mi disse. 

Nel 1948, il regime consegnò una parte dei prigionieri di guerra italiani. Don Enelio Franzoni era nella lista dei liberati: non mi disse il suo stato d’animo, ma lo posso immaginare. Il cuore del prigioniero sobbalza: libero! Tornare a Bologna, così dolce e cordiale, così lontana dai cani e dagli urli degli aguzzini! Mangiare, finalmente! Riscaldarsi. 

Ma restavano altri ragazzi italiani nel lager; chissà perché, il regime sovietico aveva deciso di tenerli ancora dentro. Don Franzoni rifiutò la liberazione. Era il loro cappellano, doveva restare con loro. 

Ascoltò altre confessioni, benedisse altri morenti, chiuse altri occhi. 

Fu liberato con i sopravvissuti, infine, se non ricordo male, nel 1952. A guerra finita ormai da otto anni.

Appena tornato a Bologna, don Franzoni contattò le famiglie dei ragazzi morti di cui aveva annotato i nomi; organizzò un comitato di famiglie per reclamare la restituzione dei resti. 

Tanto fece e tanto brigò; ostinato, da riuscire ad ottenere con una delegazione di mamme dei soldati perduti un colloquio con Kruscev. 

Nikita Kruscev era allora il segretario generale del PCUS. Aveva denunciato i crimini di Stalin, in fondo era un brav’uomo. Davanti alla richiesta di riesumare quei corpi, don Franzoni aveva la lista, aveva i luoghi esatti dove li sapeva sepolti, restò interdetto. Non capiva. 

Domandò: «A che scopo tirar fuori quelle ossa? Esse sono mescolate ormai alla terra russa, sono terra russa».
Com’era russa questa risposta! Ammirevole anche, perfino – in modo russo – religiosa. Anzi, com’era asiatica! 

Buddha stesso, credo, avrebbe risposto così. E anch’io – che a quel tempo amavo l’induismo, ero convinto della superiorità del neutro Brahman, dell’impersonale Nirvana sulla «salvezza cristiana» – avrei risposto così.

Ma don Franzoni, in russo, replicò a Kruscev: «Compagno Segretario, ciascuno di questi ragazzi è un figlio di famiglia.

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Tags:
gesù cristo
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