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Perché Teresa d’Avila utilizza l’immagine del castello per parlare della vita?

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Perché anche Kafka utilizza la stessa immagine?

La via della preghiera ci permette di cominciare ad addentrarci nel castello. Se l’uomo smette di essere attento solo al possesso delle cose e rientra in se stesso, ecco che pian piano si addentra nei primi appartamenti, nelle prime mansioni del castello. Entra cioè in se stesso, nella propria bellezza, inizia a scoprire la propria vocazione:

«Mi diceva ultimamente un gran teologo che le anime senza orazione sono come un corpo storpiato o paralitico che ha mani e piedi, ma non li può muovere. Ve ne sono di così ammalate e talmente avvezze a vivere fra le cose esteriori, da esser refrattarie a qualsiasi cura, quasi impotenti a rientrare in se stesse. […] Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l’orazione e la meditazione»[6].

Chi non prega, non incontra il padrone del castello, Dio, e non scopre di essere l’amante di quel Signore, che l’attende per regnare con lei nel castello.

Già aver deciso di entrare nel castello, anche se è solo il primo passo, è decisivo. L’uomo smette di vivere di espedienti ed inizia ad avvicinarsi a Dio, iniziando al contempo ad avvicinarsi al cuore della propria anima, poiché l’una e l’altra realtà non si possono mai separare:

«Parliamo […] di quelle che […] finiscono con entrare nel castello. Benché ingolfate nel mondo, non mancano di buoni desideri: di tanto in tanto si raccomandano a Dio, e, sia pure in fretta, rientrano in se stesse con qualche considerazione. Pregano qualche volta al mese, benché distrattamente, dato che il loro pensiero è quasi sempre tra gli affari, a cui sono molto attaccate, secondo il detto: Dov’è il tuo tesoro ivi è il tuo cuore. Però, di tanto in tanto decidono di liberarsene perché, grazie al proprio conoscimento – che è sempre una gran cosa – riconoscono che la strada per cui camminano non è quella che conduce al castello. Finalmente entrano nelle prime stanze del pianterreno, ma vi portano con sé un’infinità di animaletti, i quali non solo impediscono di veder le bellezze del castello, ma neppur permettono di rimanervi in pace. Tuttavia han già fatto molto con l’entrarvi»[7].

Parlando di questi primi appartamenti, di queste prime mansioni, in cui l’anima si addentra, Teresa fa notare che all’inizio tutto appare buio, nel fondo del nostro cuore, a motivo del peccato. Ma non appena l’anima comincia ad allontanarsi dal peccato e a rivolgersi al bene, ecco che si accorge che in realtà il castello all’interno è luminoso. Il castello, la nostra vita, si trasfigura se viviamo nel bene, se ci avviciniamo al bene. Tutto cambia nell’anima se vive nel peccato o se comincia a cercare la verità:

«Prima di andare innanzi, vi prego di considerare come si trasformi questo castello meraviglioso e risplendente, questa perla orientale, quest’albero di vita piantato nelle stesse acque vive della vita che è Dio, quando s’imbratti di peccato mortaleNon vi sono tenebre così dense, né cose tanto tetre e buie, che non ne siano superate e di molto. Il Sole che gli compartiva tanta bellezza e splendore è come se più non vi sia, perché, pur rimanendo ancora nel suo centro, l’anima tuttavia non ne partecipa più. Conserva sempre la capacità di goderlo, come il cristallo di riflettere i raggi, ma intanto non vi è più nulla che le sia di merito; e finché dura in quello stato, non le giovano a nulla per l’acquisto della gloria neppure le sue buone opere, perché, non procedendo esse da quel principio per cui la nostra virtù è virtù – voglio dire da Dio, da cui, anzi, si allontanano – non gli possono essere accette. Infatti, chi commette un peccato mortale intende di contentare, non Dio, ma il demonio; e siccome il demonio non è che tenebra, la povera anima si fa tenebra con lui. So di una persona [Parla di se stessa, ndr] a cui il Signore volle far vedere lo stato di un’anima in peccato mortale»[8].

Ma se anche noi siamo nel peccato, la stanza dove Dio abita e ci ama e ci attende, resta intatta al centro del castello! Il cuore della nostra anima risplende e noi non lo sappiamo: «Si deve intanto considerare che la fonte, o, a meglio dire, il Sole splendente che sta nel centro dell’anima, non perde per questo il suo splendore né la sua bellezza. Continua a star nell’anima, e non vi è nulla che lo possa scolorire. Supponete un cristallo esposto ai raggi del sole, ravvolto in un panno molto nero: il sole dardeggerà sulla stoffa, ma il cristallo non ne verrà illuminato»[9].

C’è un cuore del castello che è abitato. C’è un cuore del castello dove abita Dio. C’è un cuore del castello dove Dio vuole parlare e intrattenersi con noi. Noi possiamo esserne fuori, ma Egli è là, al cuore del nostro cuore.

Teresa aggiunge qui un secondo esempio, quello del cuore della palma che si trova in Andalusia:

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