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Qual è il peccato senza piacere che ha già in sé il suo castigo?

DJTaylor

Dimensione Speranza - pubblicato il 12/08/15

Se poi l’invidia si manifesta nello sguardo torvo, spesso si esprime con lingua acuminata e biforcuta. La calunnia e la diffamazione sono le sue armi preferite. La raffigurazione dell’Invidia ad opera di Giotto (Padova, Cappella degli Scrovegni, 1303-1305), la mostra come una donna anziana avvolta da fiamme che indicano il suo tormento interiore e dalla cui bocca esce un serpente che si ritorce contro i suoi occhi. Le sue orecchie animali di lunghezza spropositata dicono la sua attitudine ad ascoltare maldicenze e calunnie. Essa si nutre di competizione e antagonismo, concorrenzialità e denigrazione dell’altro. Si contrappone alla carità.

Come si manifesta l’invidia? Quali sono i segni che permettono di diagnosticarne la presenza?

Essa si manifesta come incapacità di gioire e di rallegrarsi della felicità e del successo altrui. Se Paolo esorta a rallegrarsi con chi si rallegra (Rm 12,15), l’invidioso si rattrista di fronte alla gioia dell’altro. Si manifesta nell’incapacità di riconoscere il bene compiuto dall’altro e di complimentarsi con lui. L’invidia tende molto più a criticare e a giudicare che a lodare o a ringraziare.

Si manifesta come gioia segreta, dissimulata e inconfessabile di fronte alla sventura o alla caduta dell’altro. Si manifesta come grande fatica a fare fiducia, ad accordare fiducia agli altri. L’invidioso poi è captativo nella relazione (e l’invidia è sempre bipersonale, mentre la gelosia è triangolare): egli tende a vivere relazioni esclusive che lo devono confermare nella sua certezza di essere il primo, il preferito, il migliore…

Come, invece, porvi rimedio?

E vitale esercitarsi all’arte dell’alterità. Assumere l’altro così com’è, nella sua differenza irriducibile e lasciare che l’altro sia altro. Si tratterà poi di accettare se stessi, con i propri limiti e le proprie imperfezioni, ma riconoscendo anche i propri doni e coltivando la stima di sé, il sano amore di sé. Occorre poi acconsentire serenamente alle proprie mancanze. L’invidioso spesso cerca di evitare l’incontro diretto con l’invidiato: troppo il dolore che questo può provocargli, troppa la fatica di dissimulazione dei suoi reali sentimenti che l’incontro lo costringerebbe a mettere in pratica.

Ma incontrare l’altro può essere terapeutico. Anche perché la realtà del volto e delle parole dell’altro, della sua fisicità, può sgretolarne l’immagine che l’invidioso nutre in sé. Immagine demonizzata o almeno troppo “caricata” da ansie, paure, livori, che impediscono di vedere (ancora una volta: in-videre) chi è l’altro realmente. E poi importante imparare a ringraziare e a benedire e ad esercitarsi in questa arte. Infine occorre credere all’amore, esercitarsi all’amore, praticare la carità. Questo l’antidoto per lottare contro il veleno dell’invidia: «L’invidia è quel flagello, di cui è detto in modo figurato; “Ecco io sto per mandarvi serpenti velenosi, contro i quali non esiste incantesimo, ed essi vi morderanno”. Giustamente il morso dell’invidia è stato paragonato dal Profeta al veleno mortale del serpente, per effetto del quale fece perire gli altri l’autore e iniziatore di tutti i veleni (il diavolo)» (Cassiano, Conlationes III, XVIII, 16).

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