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Chiesa

Le radici ignaziane di papa Francesco e quei cattolici disorientati

Vincenzo Pinto/AFP

Bartolomeo Sorge - Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 12/08/15

Una riflessione sul modo “imprevedibile” di agire di papa Bergoglio

Il modo “imprevedibile”di agire di papa Bergoglio (…) non è un caso isolato, un’eccezione, ma – come è accaduto con altri noti gesuiti – è il frutto della spiritualità ignaziana, rinnovata alla luce del Concilio Vaticano II. Come il papa stesso spiega nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il suo pontificato non ha un programma predefinito, ma è di natura sua “imprevedibile”. In conformità con il carisma ignaziano, egli preferisce condurre la Chiesa a «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza in qualsiasi cultura, in qualsiasi città» (EG, n. 75). Traducendo questa affermazione negli insegnamenti e nei gesti quotidiani di papa Francesco, il cuore del suo messaggio s’identifica con quello del Concilio stesso. 
Per quanto riguarda il rapporto della Chiesa con il mondo, il papa insiste sulla necessità del dialogo con tutti, non tanto movendo da principi dottrinali e astratti, calati dall’alto, ma ponendosi sul piano esistenziale, cioè testimoniando il Vangelo con la vita, più che con le parole. La presenza di Dio che guida la storia non va dimostrata, ma va più semplicemente scoperta: «La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso» (EG, n. 71). È questa la spiritualità ignaziana. Perciò, papa Francesco ripete: dialoghiamo pure e discutiamo di tutto, promuoviamo la «cultura dell’incontro»; ma «non lasciamoci rubare la speranza» (EG, n. 86), la sola capace di dare un senso alla vita umana. 
Per quanto riguarda, poi, il rinnovamento della vita interna della Chiesa, anche qui carisma ignaziano e aggiornamento conciliare si fondono in Francesco. In primo luogo, c’è bisogno – questo è il suo messaggio – di una Chiesa in uscita missionaria, non ripiegata su se stessa né preoccupata prevalentemente dei suoi problemi interni; ma che «mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (EG, n. 24). Papa Francesco si lascia sfuggire dal cuore un grido: «Usciamo, usciamo a offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. […] preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “voi stessi date loro da mangiare”(Mc 6,37)» (EG, n. 49). 
In secondo luogo, la Chiesa dev’essere povera e dei poveri, cioè «il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo» (EG, n. 114). L’amore sta nei fatti, più che nelle parole, insegna sant’Ignazio nei suoi Esercizi spirituali. Per rivelare il suo amore infinito e misericordioso, Dio non aveva altro mezzo che scegliere i poveri e la povertà. La scelta della povertà, infatti, manifesta la gratuità della salvezza di Dio, il quale, da ricco che era, si è fatto povero perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr 2 Corinzi 8,9). L’Amore per i poveri rende visibile il Dio invisibile. Infine, l’ideale ignaziano pone l’accento sul «servizio», come «il Figlio dell’Uomo [che] non è venuto per essere servito, ma per servire» (Marco10,45). La Chiesa – insiste, perciò, papa Francesco – dev’essere simile a un “ospedale da campo”: «A me l’immagine che viene è quella dell’infermiere, dell’infermiera in un ospedale: guarisce le ferite a una a una, ma con le sue mani. Dio si coinvolge, si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre piaghe e le guarisce con le sue mani, e per avere mani si è fatto uomo» (Papa Francesco, La mia porta è sempre aperta, Rizzoli 2013). La Chiesa, come Cristo, si fa serva e infermiera dell’umanità. 
In conclusione, se si tengono presenti le radici ignaziane del papa gesuita, non deve meravigliare che egli risulti imprevedibile e causa di smarrimento per alcuni cattolici. Stupisce invece e addolora che, 50 anni dopo il grande evento ecumenico, siano ancora tanti i cattolici impreparati a comprendere e ad accogliere la riforma voluta dal Concilio.
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