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C'è la volontà di Dio dietro la nostra sofferenza quotidiana?

Zoriah Miller

don Antonio Rizzolo - Credere - pubblicato il 11/08/15

Il Signore non vuole il dolore, ci chiede solo di amare fino in fondo come suo Figlio

Caro direttore, mi sembra che la croce che Dio ci assegna è solo la fedeltà ai sui insegnamenti, costi quel che costi. Come interpretare, allora, la seguente frase di santa Teresina: “Cristo ha riconosciuto la volontà del Padre dietro la mano dei carnefici che lo inchiodavano alla croce; dobbiamo anche noi riconoscere e adorare la volontà del Padre dietro la cattiva volontà degli uomini che così spesso ci crocifigge”?
EZIA D.

La sofferenza, il dolore, soprattutto degli innocenti, sono il vero grande mistero della nostra vita. La stessa croce è uno strumento di tortura, il patibolo al quale fu appeso Gesù Cristo. Ogni tentativo di spiegazione va fatto con “timore e tremore”, con rispetto. Qual è la causa della sofferenza? Da una parte c'è il limite della nostra natura umana; la fragilità della creazione; dall'altra il peccato, che porta nel mondo ingiustizia, violenza, soprusi. In ultima analisi tutto proviene da Dio, perché grazie a lui il mondo creato continua a esistere. Tuttavia, egli non vuole il male, la malattia, la morte, ma permette che ci siano per rispetto della nostra libertà.

Dio, però, non ci ha lasciati soli in balìa del male, ma ha mandato il suo Figlio per salvarci e dare un senso anche al dolore. Al di là di ogni spiegazione logica che possiamo escogitare, infatti, il cristianesimo è l'unica vera risposta al dramma della sofferenza. Noi crediamo, infatti, che Dio stesso, per mezzo del suo Figlio, condividendo la nostra natura umana, ha sperimentato il dolore, l'ingiustizia, la persecuzione, la morte. Come leggiamo nel Vangelo di Giovanni, “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (3, 16). In questo modo Gesù Cristo, il Figlio di Dio, si è unito alla passione di ogni essere umano, a tutti coloro che soffrono, sono malati, torturati, segnati da malattie. Ogni volta che vediamo un fratello o una sorella che soffre possiamo riconoscervi la presenza di Cristo e impegnarci per alleviare il suo dolore e curare le sue piaghe, come il buon samaritano della parabola.

Non è tuttavia la sofferenza di Cristo che ci ha redenti dal male, ma il suo amore per noi, un amore giunto a dare la vita, fino alla morte di croce. Come scrive san Paolo ai Galati, Cristo “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (2, 20). Questa è infatti la volontà di Dio che Cristo ha accolto e messo in pratica: amare fino alla fine, accettando anche il calice della passione. In questo mondo, però, la passione e morte di Cristo sono diventate segno dell'amore di Dio e la croce da patibolo si è tramutata in strumento di salvezza.

Così anche le nostre sofferenze, il dolore innocente, acquistano un senso, se diventano segno di amore, unite alla croce di Cristo. San Paolo arriva a scrivere: “Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne” (Col 1,24). Come afferma Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris, “nel misero della Chiesa come suo corpo, Cristo in un certo senso ha aperto la propria sofferenza redentiva ad ogni sofferenza dell'uomo”.

Come intendere allora la frase di santa Teresa? Dio non vuole il male e le sofferenza, ma che nella nostra vita si manifesti il suo amore, anche quando costa e ci inchioda alla croce.

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