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Le 4 chiavi bibliche per superare la morte di una persona cara

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<a href="http://www.shutterstock.com/pic-285625310" target="_blank" /> Woman crying burial cemetery, religion </a> © Celiafoto / Shutterstock

Jorge Luis Zarazúa - Aleteia - pubblicato il 10/08/15

Cosa succede a quelli che muoiono? Finisce tutto con la morte?

Quando muore una persona cara, resta in noi un senso di solitudine e di sconcerto. Pensando che un giorno sperimenteremo la morte, ci riempiamo anche di inquietudine. Spesso pensiamo: Cosa succede a quelli che muoiono? Finisce tutto con la morte? C’è qualcosa che sopravvive a questo epilogo tanto drammatico? Ci riuniremo alle persone che amiamo? Che rapporto possiamo avere con quelli che sono fisicamente assenti perché sono morti?

La Bibbia, che contiene la Parola di Dio, ci dà risposte di speranza:

1. “NON TUTTO FINISCE CON LA MORTE FISICA”
Muore il nostro corpo, ma la nostra anima, il nostro spirito, non smette di esistere, perché è immortale.

L’Ecclesiaste ci introduce a questo mistero, invitandoci a tener conto del “tuo creatore nei giorni della tua giovinezza” (Eccl 12, 1), prima che “ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Eccl 12, 7).

L’autore del libro biblico della Sapienza risponde al pessimismo di chi pensa che “siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati” (Sap 2, 2) e alla disperazione di quanti affermano che quando la vita si spegne “il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera” (Sap 2, 3) ricordandoci che “Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura” (Sap 2, 23) e dicendoci che “le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà” (Sap 3, 1).

Prosegue l’autore sacro:

“Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace” (Sap 3, 2-3).

Questo è del tutto conforme a ciò che ci insegna Gesù nel Nuovo Testamento, quando ci racconta la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-30): “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo” (Lc 16, 22). Di Lazzaro Abramo, nostro padre nella fede, dice che “è consolato” (Lc 16, 25).

Risulta assai stimolante il modo in cui è terminata la vita di Stefano, il primo martire cristiano:

“E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò forte: “Signore, non imputar loro questo peccato”. Detto questo, morì” (At 7, 59-60).” 

Ciò si armonizza perfettamente con queste parole del libro dell’Apocalisse:

“Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa” (Ap 6, 9).”

Questi martiri, pur essendo morti per la loro fedeltà a Cristo, pur essendo stati sgozzati, sono sotto l’altare, vivi, come dice bene il testo sacro. Per questo, dialogando con i sadducei, Gesù può affermare che Dio “non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20, 38).

Come possiamo notare, i nostri familiari e i nostri amici defunti continuano a relazionarsi con Dio. Per questo, per un cattolico non sono affatto strane queste parole di San Paolo:

“Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio” (Fil 1, 21-23).

Questo si armonizza con le parole dette da Gesù a uno dei malfattori crocifissi accanto a lui:

“Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”” (Lc 23, 43).

2. IL NOSTRO RAPPORTO CON I NOSTRI FAMILIARI DEFUNTI NON TERMINA
Tenendo presente che Dio non è un Dio dei morti, ma dei vivi (cfr. Lc 20, 38), possiamo dire che il nostro rapporto con coloro che sono morti non finisce. Anche se non possiamo vederli fisicamente, la Lettera agli Ebrei ci aiuta a percepire una realtà che sfugge alla nostra vista, perché ci dice che gli eroi della fede che sono morti (cfr. Eb 11: Abele, Noè, Abramo, Mosè…) ci circondano come una nube (cfr. Eb 12, 1).

La Lettera agli Ebrei afferma:

“Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele” (Eb 12, 22-24).

Notate che nella Gerusalemme celeste, oltre a innumerevoli angeli, c’è l’“assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli”, e che circondano Dio, giudice universale, gli “spiriti dei giusti portati alla perfezione”.

Noi possiamo chiedere a Dio di concederci di prendere coscienza del fatto che i nostri cari non ci hanno abbandonato, visto che ci avvolgono come una nube (Eb 12, 1), andando al di là di ciò che appare ai nostri sensi, come si vede nel secondo libro dei Re (2Re 6, 8-23).

“Il giorno dopo, l’uomo di Dio, alzatosi di buon mattino, uscì. Ecco, un esercito circondava la città con cavalli e carri. Il suo servo disse: “Ohimè, mio signore, come faremo?”. Quegli rispose: “Non temere, perché i nostri sono più numerosi dei loro”. Eliseo pregò così: “Signore, apri i suoi occhi; egli veda”. Il Signore aprì gli occhi del servo, che vide. Ecco, il monte era pieno di cavalli e di carri di fuoco intorno a Eliseo” (2Re 6, 15-17).

Questa può essere la nostra preghiera: “Signore, apri i miei occhi perché possa percepire che i miei cari che sono morti non mi hanno abbandonato del tutto; che possa prendere coscienza del fatto che la loro presenza mi avvolge come una nube! Signore, apri i miei occhi perché io veda!”

Un altro modo per essere in comunione con loro è attraverso la preghiera di intercessione, come si può vedere nel secondo Libro dei Maccabei (2Mac 12, 38-46).

“Ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti quelli del popolo a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto per il peccato dei caduti. Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (2Mac 12, 42-45).

Per noi, il sacrificio per eccellenza è il sacrificio eucaristico, ovvero la Santa Messa, e lo offriamo costantemente perché i nostri cari siano “assolti dal peccato” (2Mac 12, 46).

3. LA MORTE FISICA È TRANSITORIA: RISUSCITEREMO!
La morte fisica è dolorosa. Nostro Signore ha pianto di fronte alla morte fisica del suo amico Lazzaro (Gv 11, 35-36), ma di fronte al dramma che rappresenta la morte di una persona cara, Gesù ci si presenta come la resurrezione e la vita (Gv 11, 1-44).

“”Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”” (Gv 11, 25-26).”

Per questo non c’è spazio per una tristezza senza speranza:

“Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui” (1Tes 4, 13-14).

Da ciò deriva l’importanza che noi cattolici diamo all’Eucaristia, in cui ascoltiamo la Parola di Dio e ci nutriamo del Corpo e del Sangue di Cristo, perché questo ci permette di essere uniti intimamente a Gesù e permette la nostra futura resurrezione:

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 54-57).

4. CI RIUNIREMO CON I NOSTRI CARI
È una speranza che deriva dalla Sacra Scrittura e un anelito che alberga nel nostro cuore. L’esperienza dei sette fratelli e della madre martirizzati durante l’insurrezione maccabea (2Mac 7) indica questo desiderio e suscita una speranza fiduciosa.

“Dopo che il re la ebbe esortata a lungo, essa accettò di persuadere il figlio; chinatasi verso di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua paterna: “Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia”” (2Mac 7, 26-29).

Come si può vedere, questa madre coraggiosa ha la salda speranza di rivedere i propri figli nel giorno della misericordia.

A mo’ di conclusione
Queste risposte di speranza che ci dà la Parola di Dio devono offrirci consolazione e forza nei momenti di lutto per la morte di una persona cara e serenità e fiducia di fronte alla prospettiva della nostra stessa morte.
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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