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Paolo VI, una eredità da riscoprire

Adcirinic
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A conoscerlo da vicino, era del tutto diverso da come veniva dipinto

Il post-Concilio si avviò in uno dei periodi sociali e culturali più turbolenti della storia moderna. Il dissenso, sotto la spinta sessantottina, entrò anche nella Chiesa, svuotò seminari e conventi. Ci furono contestazioni durissime, sul celibato ecclesiastico e specialmente sull’”Humanae vitae”, l’enciclica sulla regolazione delle nascite. Paolo VI venne discusso, disobbedito, perfino offeso. Tuttavia, la sua prudenza e il suo realismo evangelico, ma anche il suo coraggio, salvarono l’unità ecclesiale. E gli permisero di realizzare tutta una serie di riforme, da quella liturgica a quella della Curia (in particolare del Sant’Offizio) e della Corte pontificia (con l’abolizione dei corpi militari e l’adozione di uno stile di maggiore semplicità e sobrietà; il Papa aveva già rinunciata alla tiara, donandola ai poveri). E poi, la creazione del Sinodo dei Vescovi e degli organismi del dialogo.

Il Concilio aveva plasmato una Chiesa più spirituale, più missionaria, più evangelica, più ecumenica. Una Chiesa che usciva dai “sacri recinti” per dialogare con gli uomini, per compiere con loro un cammino comune, e, nello stesso tempo, per contribuire alla soluzione dei conflitti nel mondo, per promuovere la pace tra i popoli, una maggiore giustizia. E i viaggi – Paolo VI fu il primo Papa a salire su un aereo – tradussero concretamente quegli obiettivi. Come l’incontro con il patriarca ortodosso Atenagora a Gerusalemme. La visita alle Nazioni Unite: “…noi celebriamo qui l’epilogo di un faticoso pellegrinaggio in cerca d’un colloquio con il mondo intero”. E poi, l’immersione nella tragica realtà dei Paesi poveri, a cominciare dall’America Latina. Le peregrinazioni in Asia, in Africa, in Oceania: “Ci rechiamo laggiù come Pastore e missionario, come pescatore di uomini…”. Da lì, da quelle esperienze, nacque l’ispirazione per grandi documenti sociali (come l’enciclica “Populorum progressio”), per ampliare le prospettive dell’azione evangelizzatrice (l’enciclica “Evangelii nuntiandi” ribaltò i vecchi schemi, la missione diventava impegno di tutta la Chiesa, di tutti i cristiani), e anche per sollecitare una nuova presenza dei cattolici nella vita politica (con l’esortazione apostolica “Octogesima adveniens”).

Insomma, Paolo VI non fu per niente un Papa conservatore, chiuso alle novità. Nella bufera in cui la Chiesa venne a trovarsi, seppe tener ferma la barra, e difendere il Credo, la legge morale e la dignità della persona umana. E fu un vero riformatore, perché non considerò mai i documenti del Vaticano II come dei punti di arrivo, bensì di partenza verso traguardi sempre più avanzati.

E se anche Montini non fosse stato sufficientemente “compreso” durante il suo lungo tormentato pontificato, a entrare nel “mistero” di quest’uomo di Dio basterebbero gli ultimi frammenti della sua vita. La lettera che scrisse agli “uomini delle Brigate Rosse”, quando li scongiurò in ginocchio di non uccidere Aldo Moro: un gesto di grande umiltà ma anche di sfida in nome dell’amore evangelico, e senza comunque cedere in niente al ricatto del terrore, della violenza. Poi, nei funerali al Laterano, l’esplosione in quel lamento dagli accenti biblici verso Dio per non aver esaudito la sua supplica, per non aver salvato l’”amico”. E infine, quando il 6 agosto del 1978 sussurrò per l’ultima volta il Pater noster prima di chiudere gli occhi.

E adesso, dopo la beatificazione, ben venga anche la celebrazione – il prossimo 8 dicembre – del 50° della chiusura del Concilio, di quando Paolo VI lanciò quello straordinario invito all’umanità: “Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Ognuno, a cui è diretto il nostro saluto, è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente”. L’ anniversario sarà così un’occasione provvidenziale per ricordare la figura di Giovanni Battista Montini, e per riscoprire l’eredità che ha lasciato ai suoi successori: a Giovanni Paolo I, una Chiesa che si liberava di ogni contaminazione temporalistica; a papa Wojtyla, l’ansia missionaria; a Benedetto XVI, la ricerca della possibilità di aprire la cultura contemporanea alla fede; a Francesco, la riforma interna e all’esterno una nuova evangelizzazione. L’eredità, appunto, che ha permesso di individuare un po’ tutti i cammini che la Chiesa cattolica ha poi cominciato a percorrere.

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