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Come andare al di là dell’impotenza davanti alla sofferenza

CC ORBIS UK EMEA

padre Carlos Padilla - Aleteia - pubblicato il 05/08/15

Commenta Thomas Merton: “È piuttosto semplice dire al povero di accettare la sua povertà come volontà di Dio quando tu hai vestiti, molto cibo, cure mediche, un tetto sulla testa e non ti preoccupi dell'affitto, ma se vuoi che ti creda, cerca di condividere un po' della sua povertà. E vedi se puoi accettarla come volontà di Dio!”.

Non possiamo placare tutta la fame del mondo, tutto il dolore, ma possiamo condividerli. Possiamo dare il poco che abbiamo. Il nostro pane, i nostri pesci.

Possiamo offrire il nostro tempo. Accarezzare la rinuncia. Palpare l'assenza. Possiamo vivere la sete e la fame. Lo facciamo tante volte. Possiamo essere solidali con chi non ha e non pretendere di placare la sua fame con una preghiera o con un sorriso.

Diceva papa Francesco: “Non è un buon cristiano quello che non fa giustizia con le persone che dipendono da lui”, “quello che non si spoglia di qualcosa necessaria a lui per dare a un altro che abbia bisogno”.

Non possiamo comprendere chi soffre se non abbiamo mai sofferto. Non possiamo sapere cosa sia la fame se abbiamo sempre avuto tutto. Non potremo mai essere empatici con chi non ha se abbiamo sempre avuto.

Ci mettiamo nel cuore di quelle migliaia di uomini con fame e sete. La solidarietà inizia quando scendo dalle mura che mi proteggono e mi isolano. Quando provo ciò che provano gli altri. Quando desidero ciò che desiderano gli altri.

Gesù ha vissuto la fame e la sete, il dolore per la perdita, l'angoscia nell'assenza. Gesù ha seppellito suo padre e ha conosciuto il dolore di sua madre Maria. Ha vissuto la morte da vicino e per questo compativa il dolore dell'uomo.

Non è rimasto protetto. Non si è fatto estraneo al dolore degli uomini. Lo ha condiviso, come oggi condivide il pane con loro. Dona ciò che ha. Ci chiede di donare quello che abbiamo. Solo questo.

Il ragazzino consegna a Gesù tutto ciò che possiede. Senza tenere nulla per sé. Mi dono con la stessa generosità? Tante volte tengo delle cose per me. Mi conservo. Do con paura, do fino a un certo punto. Non do fino a che fa male. Temo di perdere tutto e riservo sempre qualcosa per me.

Gesù prende i pani, rende grazie al Padre e li benedice. “Rispose Gesù: "Fateli sedere". C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”.

Quante volte nella sua vita ha fatto questo, fino all'Ultima Cena! Tante, al punto che ad Emmaus l'hanno riconosciuto da quel gesto. Ogni giorno devo ripetere quel momento. Mi colpisce molto. Lo faccio con timore e trepidazione.

Dio mi prende. Non rifiuta mai il mio amore. Non mi dice mai che quello che offro non è abbastanza. Prende nelle sue mani i miei pani, che sono sacri perché Egli li tocca. Li riceve con immensa gioia. La mia vita, la mia povertà, il mio dolore.

Pronuncia su di me l'azione di grazie, la sua benedizione. Mi dice che la mia vita vale la pena. Mi ringrazia per quello che do egoisticamente. Mi benedice, mi offre.

Ringrazio per i tanti doni che ho ricevuto nella vita. Li offro a Dio, che mi ha dato tutto. Gli restituisco ciò che viene da Lui. Perché è suo. Perché non è mio.

È uno scambio facile e comodo. Quanto Dio ha benedetto ciascuno! Benedice la nostra terra. La nostra storia. Le nostre radici. Il nostro cammino di vita.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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Tags:
sofferenza
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