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Indissolubilità del matrimonio e celibato ecclesiastico: due leggi diverse?

© Gajus / SHUTTERSTOCK
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Perché la Chiesa concede ad un sacerdote di lasciare l’abito e sposarsi mentre considera il matrimonio come indissolubile?

La Chiesa non concede che, se un matrimonio è valido, possa essere sciolto. Anche la persona che viene abbandonata dal marito o dalla moglie non può risposarsi o mettere su una nuova famiglia: se lo fa viene esclusa dai sacramenti. Eppure la Chiesa è più indulgente con i sacerdoti, che in certi casi possono venire dispensati dal celibato e sposarsi. Non si potrebbe avere la stessa indulgenza verso chi può aver compiuto scelte che si rivelano sbagliate e che possono costringere una persona alla solitudine per tutta la vita? Anche perché il confessore dovrebbe esercitare il perdono di Dio: e mi rimane difficile pensare che di fronte a una donna che, dopo un matrimonio fallito, ha trovato un nuovo compagno con cui magari ha dei figli, Dio gli chieda, per essere in Comunione con Lui, di lasciare questa nuova famiglia per restare fedele al primo marito che l’ha abbandonata.
Lettera firmata

Risponde padre Francesco Romano, docente di Diritto canonico alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.
Più volte in questa rubrica i lettori hanno mostrato interesse per il sacramento del matrimonio, ma in particolare per le conseguenze del fallimento della vita coniugale, soprattutto in relazione a eventuali scelte successive fatte dai coniugi, come nel caso presentato dal nostro lettore. La questione deve trovare la possibilità di una risposta soprattutto avendo come fonti di conoscenza la Sacra Scrittura e l’insegnamento del Magistero della Chiesa.

Il matrimonio celebrato tra battezzati e l’ordine sacro hanno in comune di essere un sacramento la cui istituzione è di origine divina. La conseguenza più immediata è l’intangibilità degli elementi strutturali voluti da Dio. Su alcuni di essi la Chiesa non si è fermata ad esercitarne staticamente la custodia, ma da sempre ha cercato di approfondire gli aspetti dottrinali senza oltrepassare i limiti segnati da Dio.

Il sacramento dell’ordine non è incompatibile per istituzione divina con il sacramento del matrimonio. La legge del celibato è di origine ecclesiastica. Il can. 290 distingue tra valida ordinazione, che come tale non può mai essere annullata, e lo stato clericale che il chierico può arrivare perdere. Tuttavia, la dispensa dalla legge del celibato è un atto specifico di competenza esclusiva del Romano Pontefice (can. 291). Anche l’uomo già sposato, tranne che sia destinato al diaconato permanente, è considerato «impedito» a ricevere l’ordine (can. 1042 n. 1°), ma nulla toglie che l’autore di questa legge, cioè il Papa, possa dispensarlo e ammetterlo alla sacra ordinazione (can. 1047 §2, n. 3°), anche se questa possibilità non trova attuazione nella pratica.

Il matrimonio è di istituzione divina nei suoi elementi strutturali essenziali. Esso è stato elevato alla dignità di sacramento dal Signore Gesù, se celebrato tra due persone battezzate (can. 1055 §2). Dell’indissolubilità del vincolo ne parla la Bibbia già nelle prime pagine del Libro della Genesi, ma lo riafferma in maniera più forte il Signore richiamando il divieto divino «l’uomo non separi quel che Dio ha congiunto» (Mt 19, 6). In San Paolo l’immagine dell’unione sponsale irrevocabile tra Cristo e la Chiesa è riflessa nel vincolo del sacramento del matrimonio (Ef 4, 32).

Il concetto di indissolubilità necessita di qualche piccolo chiarimento. L’indissolubilità del legame che sorge da un matrimonio valido si dice «intrinseca» in riferimento ai coniugi in quanto non hanno alcun potere di scioglierlo, mentre si dice «estrinseca» l’indissolubilità del vincolo valido che non può essere sciolto neppure dall’autorità umana, sia religiosa che civile.

All’indissolubilità estrinseca viene associata un’ulteriore classificazione per cui parliamo di indissolubilità estrinseca «relativa» per riferirci al matrimonio solamente «rato» cioè sacramento, in quanto celebrato tra due persone battezzate, qualora non sia stato ancora consumato, e anche a quei matrimoni che non sono un sacramento, cioè celebrati tra persone di cui sia battezzata una sola di esse (can. 1142), anche se vi sia stata consumazione. 

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