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Azzolini, la Costituzione e la coscienza

© Public Domain

Cercasi un fine - pubblicato il 30/07/15

Un caso emblematico circa la necessità di promozione del bene comune e della legalità?

Riceviamo e pubblichiamo come spunto di riflessione


di Don Rocco D’Ambrosio* 

Il caso Azzolini merita diverse considerazioni etiche e politiche, credo necessarie e indispensabili perché il nostro Paese cresca nella legalità e promozione del bene comune. Ne espongo alcune, senza nessuna pretesa di esaustività. 

Se si legge la relazione del presidente Stefano, che ha richiesto il si all’arresto, si apprende chiaramente, in una prima parte, cosa sia il “fumus persecutionis" in generale, e, nella parte finale, quanto siano infondate le contestazioni di Azzolini, a cui si risponde dettagliatamente e si conclude sull’inconsistenza del “fumus persecutionis”. La relazione si attiene a quanto è richiesto ai senatori.

Il Senato, infatti, non può e non deve entrare nel merito di ciò che spetta solo ai giudici (come insegna la Costituzione). Ciò che spetta al Senato è verificare se da parte dei magistrati c’è stato un atteggiamento persecutorio, con tanto di pregiudizi, accanimento e via discorrendo.

Mi chiedo: perché alcuni senatori si sono spinti addirittura a valutare i fatti e la sussistenza delle prove? In altri termini perché sono entrati nel merito degli aspetti processuali, compito che a loro non spetta? Mio padre chiederebbe: hanno la coscienza sporca e vogliono giustificare il loro no?

Il quadro generale fa pensare a un costante tradimento – non sarebbe il primo, purtroppo – dello spirito costituzionale, che garantisce e difende la separazione dei poteri. I magistrati devono fare il loro mestiere e se sbagliano ci sono modi costituzionali per redarguirli e punirli, nonché correggere i loro errori. In altri termini alle storture del diritto si trova rimedio con il diritto. Ma anche i parlamentari devono fare il loro mestiere e non sostituirsi ai magistrati. In particolare i senatori non possono diventare giudici di Cassazione. Spetta al sistema giudiziario riscontrare errori sul caso Azzolini, come su ogni caso giudiziario, evidenziarli e correggerli.

Uno dei drammi del nostro Paese è pensarsi e operare come "salvatori della patria", dimenticando, molto spesso, che per salvare la Patria bisogna "solo" fare il proprio dovere, con competenza e onestà, giustizia e rispetto del lavoro di tutti; specie in un momento in cui cresce l’antipolitica, da una parte, e la corruzione, dall’altra; ma cresce anche il sospetto che i difetti del governo Renzi siamo molto, ma molto simili a quelli dei governi Berlusconi. 

La relazione di Stefano (reperibile sul sito del senato) porta con chiarezza alla certezza morale di un coinvolgimento di Azzolini in attività poco chiare, che spetta alla magistratura dimostrare essere dei reati o meno. Tuttavia diversi senatori hanno votato no, scelta ovviamente da rispettare. Ognuno renderà conto a chi di dovere: agli elettori, ai suoi parenti e amici e al Padre eterno, per chi ci crede. Forse ora bisognerebbe chiedere la cortesia di evitare sia le lacrime del coccodrillo, di chi ha votato contro ma ora si pente, sia l’esercizio dell’arrampicarsi sugli specchi per giustificare il no. Il tutto è troppo. Un po’ di rispetto per l’intelligenza altrui, non farebbe male.

Un’ultima considerazione di tipo politico. Una delle caratteristiche della corruzione non è solo quella di aderire ai meccanismi economici, ma anche a quelli giuridici; in ambedue i casi lo fa modificandone il codice genetico. In altri termini l’incubatrice naturale della corruzione è l’area giuridica ed economica dell’istituzione. Ciò significa che il comportamento corrotto nasce nel contesto delle regole istituzionali e delle dinamiche di scambio, cioè dove gli interessi vengono individuati e disciplinati. Consegue che qualsiasi mancanza di rispetto delle regole e del dettato costituzionale, se non direttamente, almeno indirettamente, favorisce un clima ambiguo e ipocrita, che indicano poca fermezza e convinzione nella lotta alla corruzione.   

Le istituzioni, il potere, la politica e la pubblica amministrazione, il mondo imprenditoriale, interi Paesi si corrompono. La corruzione, ha spiegato il papa in una sua omelia: “è proprio il peccato a portata di mano, che ha quella persona che ha autorità sugli altri, sia economica, sia politica, sia ecclesiastica. Tutti siamo tentati di corruzione. È un peccato a portata di mano”. Del resto, ha aggiunto, “quando uno ha autorità si sente potente, si sente quasi Dio”. La corruzione quindi “è una tentazione di ogni giorno”, nella quale può cadere “un politico, un imprenditore, un prelato”. 

Per resistere alla corruzione e sanare questi contesti, secondo George Ritter, abbiamo bisogno di un esercizio costante di "ragione, diritto e morale". Ci vuole molta forza (razionale, morale e giuridica) per non cedere alle varie forme di corruzione. Ed è difficile negare che la forza viene a mancare specie quando si scopre che la corruzione investe tutti i settori: dalla sinistra alla destra politica passando per il centro, dallo sport alle comunità religiose, dall’università al terzo settore, dalla burocrazia alle organizzazioni internazionali. Come anche quando si scopre che chi doveva dare l’esempio è peggiore degli altri e spesso ha tanto contribuito al dilagare della corruzione con la propria pessima professionalità e vergognosa immoralità. Eppure resistere è possibile. Lo hanno testimoniato in tanti, uomini e donne di diverse culture e fedi religiose. 

*ordinario di Filosofia Politica presso la Pontificia Università Gregoriana

QUI L’ORIGINALE

Tags:
corruzionepolitica
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