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Più forti del terrore

A.B.
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L'arcivescovo di Bagdhad, mons. Sako, racconta la resistenza dei cristiani iracheni che non vogliono abbandonare la terra dei padri

"I nostri cristiani sono pronti a sacrificarsi per la loro fede. Ho molte testimonianze di giovani pronti a morire piuttosto che a rinunciare alla loro fede". Nell'Iraq sconvolto dalle violenze prima della guerra d'invasione della coalizione anti-Saddam, poi dalle lotte tra le varie fazioni di un paese avviato alla dissoluzione e infine dal terrorismo dell'Isis, mons. Luis Raphaël Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, a Baghdad, tiene alte le ragioni di una convivenza civile ancora possibile e della necessità della presenza dei cristiani in questa terra dove abitano da sempre. "Più forti del terrore. I cristiani del Medio Oriente e la violenza dell'Isis" è la pubblicazione dell'Editrice Emi a cui ha affidato da ultimo la sua voce e la sua pacata riflessione sulla situazione del paese e le responsabilità della comunità internazionale rispondendo alle domande del giornalista Laurence Desjoyaux, del settimanale cattolico francese "La Vie". Mons. Sako ha ripercorso il filo delle sue argomentazioni con Aleteia, in occasione della presentazione del libro a Jelsi, nel Molise,
dove l'arcivescovo di Baghdad, ospite dell'arcivescovo di Campobasso-Bojano, mons. Giancarlo Bregantini, ha ricevuto il premio "La traglia" dedicato alle personalità che si sono distinte nel campo della tutela dei diritti umani e dell'identità culturale e religiosa delle comunità.

Qual è la situazione oggi in Iraq?

Sako: C'è una divisione de facto, che è geografica e psicologica. A nord il Kurdistan è praticamente uno stato, il sud è a grande maggioranza sciita, mentre nel resto del paese, il cosiddetto triangolo sunnita compreso tra Falluja a sud, Mossul a nord e il confine siriano a occidente, vige per ora l'anarchia provocata dallo scontro politico, militare e religioso tra i vari gruppi divisi tra Al-Qaeda e l'Isis. D'altra parte questa divisione era prevista e voluta già dall'invasione anglo-americana contro il regime di Saddam.

Perchè?

Sako: Fa comodo a molti – in particolare a Stati Uniti e Israele – che non ci sia uno stato forte in Medio Oriente, così da controllare i flussi di petrolio. Gli americani e le altre forze della coalizione anti-Saddam sono venuti senza un'agenda per il dopo e senza un'alternativa al regime. Hanno sciolto la polizia e l'esercito, fatto tabula rasa della struttura e delle istituzioni dello Stato aprendo la strada all'anarchia. Hanno aperto le frontiere e, senza controlli, sono arrivati tutti i jihadisti, in particolare dalla Siria. Dopo dieci anni hanno lasciato il paese senza aiutarlo a costruire un nuovo corso democratico. Prima c'era un regime laico, adesso c'è un regime settario. Nessuno ha pensato al bene di questo territorio, solo agli interessi economici. L'esito dell'instabilità non può che essere la divisione che, alla fine, tutte le parti accetteranno per stanchezza.

Cosa rappresenta l'Isis in questa partita?

Sako: Per l'Islam, la religione e lo Stato, la politica, vanno insieme. L'Isis usa la religione come la carta più potente di convinzione per esercitare il potere. I jihadisti sono persone molto determinate, anche perchè pensano che l'Occidente laico, che ha perso il senso religioso, sia uno spazio di conquista: poichè il cristianesimo ha fallito, serve imporre la sharia. In realtà sono sfruttati da chi li usa per imporre il terrore costringendoli a dare via la vita come kamikaze. Per i sunniti, l'Isis rappresenta una grande forza contro gli sciiti e forse c'è simpatia per chi vuole ricostruire il califfato che ha rappresentato l'affermazione della grande autorità religiosa e politica sunnita.

I cristiani dove troveranno posto?

Sako: Se ne è parlato già: una sorta di christianland nella piana di Ninive dove c'è una maggioranza di villaggi cristiani con 150 mila persone. Penso, però, che sia una trappola: i cristiani finirebbero schiacciati come un sandwich tra curdi, sunniti e sciiti. Infatti i cristiani continuano ad andare via perchè non vedono delle prospettive possibili per loro. Non è questa la soluzione.

Qual è la vostra proposta?

Sako: Uno stato democratico, nel quale la religione è separata dalla politica, come accade in Occidente. Occorre riconoscersi non per gruppi religiosi, ma per cittadinanza: cristiani, sunniti e sciiti sono tutti iracheni, con parità di diritti e doveri. Il modello nel mondo arabo può essere la Tunisia. Il primo passo è eliminare l'indicazione della religione sulla carta d'identità. La cultura religiosa è per sua natura fissa su idee ferme: spetta alla politica organizzare la società e adeguare le norme ai cambiamenti, a una realtà che muta nel tempo. Oggi non c'è una cultura aperta al pluralismo e una religione che si presenta come la sola, contiene già il germe del conflitto.

Qual è oggi la sua speranza?

Sako: Un giorno chiederò di predicare su un passo del Vangelo un pò modificato: "Non di solo petrolio vive l'uomo". L'Occidente, l'Unione europea, gli Stati Uniti, la Russia, sono schiacciati sugli interessi dell'economia e nell'economia non c'è cuore, le persone vengono trattate come cose. La speranza è quella della Scrittura che invita a sperare contra spem, contro ogni speranza, come il padre Abramo figlio della nostra terra, Ur dei caldei. Spero nella bontà dell'uomo. Dio ha creato buone tutte le cose e in tutti c'è un fondo di bontà, anche nei terroristi. Il male non può continuare. Anche se a un grande prezzo, la pace verrà. I cristiani, che perdonano fino a settanta volte sette, come dice il Vangelo, troveranno il loro posto in questo paese che non vogliamo abbandonare e il cui futuro vogliamo costruire accanto ai fratelli musulmani. Noi siamo chiamati nazara, cioè nazareni, e le nostre case sono state contrassegnate con la lettera "n", per dire che da adesso in poi appartengono allo stato islamico. Noi però non siamo nazareni, siamo cristiani e come cristiani vogliamo dire altre parole che iniziamo per "n": nuhhib, amiamo; nu'men, crediamo; nakhfer, perdoniamo.

Verrà papa Francesco in Iraq?

Sako: Il papa è pronto, lui non ha paura: è la Curia ad aver paura. Potrebbe stare anche un solo giorno. Il programma è presto fatto: arrivo a Baghdad, visita alle autorità e incontro nella cattedrale per ricordare le 58 vittime, tra cui due sacerdoti uccisi sull'altare, dell'attentato del 31 ottobre 2010. Quindi volo per Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, per incontrare le migliaia di cristiani sfollati, con celebrazione della Messa e ritorno a Roma. Il papa è l'unica autorità mondiale di assoluta credibilità: abbiamo bisogno della sua presenza.
 

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