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Dostoevskij, il mondo salvato dal «sottosuolo»

© Public Domain

Centro Culturale "Gli Scritti" - pubblicato il 27/07/15

Una riflessione di Alessandro D'Avenia

Il primo Dostoevskij è come il primo Van Gogh: ci racconta l’uomo in modo romantico, quasi melodrammatico, il mondo dei poveri. Lo guarda con la compassione di colui che è già salvo, infatti lo fa dall’esterno. In Siberia è stato a contatto con i poveri, è stato lui stesso spogliato di tutto.

dopo esser tornato alla vita, scrive le Memorie del sottosuolo, in cui quello che fa è proprio quello che hanno fatto Dante con la Divina Commedia e Agostino con le Confessioni.

Ha scoperto il principio trasformante della vita, a partire da sé, la prima compassione l’ha sperimentata su di sé. Leggendo il Vangelo, ha scoperto che Cristo ha passato trent’anni della sua vita a essere uno qualunque, a lavorare, a fare il falegname. Scopre che ogni storia umana può diventare quella narrazione divina, perché Dio si è fatto carne e ha assunto, come Dio, tutta la condizione umana: pianto, sudore, incomprensione, dolore, fatica, sorriso, gioia, festa.

Tutto. Tutto il ventaglio, tutta la polifonia dell’umano, da quando Dio si è fatto uomo, è dentro Dio. Si è soprattutto fatto carico di una cosa che l’uomo non vede o non vuole vedere, e da cui si ripara con le sue narrazioni auto-fondanti: il peccato. Questo è fondamentale per capire il Dostoevskij del Sottosuolo.

Dalle Memorie del sottosuolo in poi, Dostoevskij scrive solo romanzi potentissimi, che hanno come centro propulsore e chiave di volta una scena del Vangelo, o nella frase in esergo (il brano dei porci nei Demoni) o mescolata alla narrazione, chiave di lettura di tutto il romanzo (le nozze di Cana nei Karamazov, Lazzaro in Delitto e Castigo…).

Le Memorie del sottosuolo sono lo snodo, la Damasco narrativa di Dostoevskij: il protagonista è sprofondato nel sottosuolo e cerca di fondare la sua identità senza Dio, e titanicamente cerca di costruire quest’io, che si deve puntellare da qualche parte, e lo auto-fonda. E lo auto-fonda a tal punto che ne consegue l’agire: amore per la distruzione, annichilimento, annullamento. Dante e Agostino la chiamano dannazione infernale.

Lui: sottosuolo. Il tipo di lettura del reale è analogo a quello di Dante e Agostino: c’è senso e sovrasenso, lettera e spirito, storia umana e storia della salvezza coincidono, a saperne leggere l’intreccio. I personaggi dei romanzi successivi escono tutti dal sottosuolo, per la loro dannazione definitiva o per la loro salvezza. Prendiamo Raskol’nikov.

Chi è? Un ragazzo che decide (riduzione) di essere al di là del Bene e del Male: ucciderà senza pentirsene, perché è convinto di poter decidere il Bene e il Male, proprio mangiando il frutto della conoscenza del bene e del male, per farsi dio a sé stesso. Decide di farsi creatore di se stesso e diventa dio: e chiunque diventa dio deve gestire un’esistenza da dio (rifiutare l’incarnazione produce il movimento contrario): questa è la sua vera condanna. La polifonia di voci che lo abitano, tra loro in conflitto, come l’uomo nudo di Dio dopo il peccato, esplode. Ragione, volontà e corpo divorziano e lo spirito è titanicamente sostituito dal fiato corto dell’uomo. Dostoevskij racconta il peccato originale con altri mezzi, e sa che solo la redenzione porta il divorzio a unità, nella narrativa come nella vita.

Dostoevskij nel ghiaccio e nella carne ha scoperto che il Vangelo non è un testo che riguarda il passato, ma è la Storia di ogni storia, e la narrazione che provoca ogni narrazione. Ogni storia umana è solo proseguimento del Vangelo e il Vangelo è la chiave di lettura di ogni storia. Dostoevskij scrive i suoi romanzi come prosecuzione del Vangelo.

Raskol’nikov alla fine si è reso conto che il male e il bene non può “deciderli” l’uomo da solo: ma lo scopre proprio grazie al suo delitto (felix culpa)

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