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Rifugiato dalla persecuzione di Daesh entra in seminario in Iraq

DR / Diane de Fortanier

Savim, Iraq

Aleteia - pubblicato il 25/07/15

Savim vuole diventare sacerdote per confortare e aiutare i cristiani iracheni

Sguardo dolce e tranquillo, Savim, 22 anni, è il beniamino dei sette seminaristi iracheni siriaci del seminario di Ankawa, il sobborgo cristiano della capitale del Kurdistan iracheno, Erbil.

Dopo aver terminato il suo primo anno di Filosofia, Savim è ancora convinto di diventare sacerdote siro-cattolico, nonostante molti lo trattino come un pazzo e le persecuzioni subite dalla sua comunità, espulsa dalla piana di Ninive dagli jihadisti dello Stato Islamico.

Il sogno del seminario

Entrare in seminario era il suo sogno già da molto tempo. Anche se i problemi familiari hanno monopolizzato la sua attenzione per un certo periodo, Savim non ha mai pensato di abbandonare la propria vocazione.

Nel 2008 è stato costretto ad andare via da Mosul con la sua famiglia, minacciato per via della sua fede. Aveva 15 anni. “C’è stato un tentativo di attentato con una bomba nella nostra chiesa”, ha ricordato. “Allora ho deciso di rimanere a dormire la notte nella chiesa per proteggerla”.

Le minacce contro il giovane e la sua famiglia si sono tuttavia intensificate nella seconda città del Paese, e lui, sua madre, le sue tre sorelle e il fratellino sono stati costretti a fuggire nella cristiana Qaraqosh.

Diploma di elettricista

Con il suo diploma professionale di elettricista in tasca, il giovane ha iniziato a lavorare in un’impresa vicino Erbil.

Quando Qaraqosh si è svuotata dei suoi abitanti per la prima volta, nella notte tra il 12 e il 13 giugno 2014, Savim non ha temuto l’offensiva jihadista e si è precipitato in seminario per offrire il proprio aiuto.

Gli abitanti sono tornati e la vita ha ripreso il suo corso, fino alla notte del 7 agosto 2014. Per la seconda volta, la più grande città cristiana irachena è stata abbandonata dai suoi abitanti, che poi non sono tornati e oggi si concentrano in campi di rifugiati disseminati nel Kurdistan iracheno.

Savim e i seminaristi non sono fuggiti immediatamente, ma il giorno dopo sono stati costretti ad abbandonare la loro città e a camminare per ore passando vari posti di blocco per raggiungere Erbil.

Una vocazione precedente alla presenza dello Stato Islamico

Dall’anno accademico 2012-2013, il giovane iracheno aveva chiesto all’arcivescovo siro-cattolico di Mosul e Qaraqosh, monsignor Petros Mouche, l’autorizzazione ad entrare in seminario.

Il presule si è opposto al suo ingresso immediato e gli ha raccomandato di studiare all’università di Mosul. Savim ha obbedito ed è quindi tornato nella grande città sunnita, che poi ha dovuto abbandonare perché la situazione era diventata troppo pericolosa.

Dopo la caduta definitiva di Qaraqosh, monsignor Mouche ha acconsentito al volere del giovane cristiano.

Dal suo ingresso, nel settembre 2014, Savim ha iniziato a studiare nel seminario di Ankawa. Ha appena terminato il primo anno di Filosofia e gliene resta un altro prima dei due anni di Teologia e dei tre di Pastorale.

Parallelamente, prepara i bambini alla Prima Comunione e organizza attività di tipo spirituale e sociale con i suo compagni seminaristi caldei e siriaci.

Trascinato da un gruppi di allegri libanesi e seminaristi, in visita per qualche giorno ad Ankawa, Savim ha realizzato la settimana scorsa varie attività con i bambini sfollati.

“Aiutare la gente”

Savim fa quello che gli piace e quello che lo ha portato a scegliere la via del sacerdozio: “Aiutare la gente”.

“La gente ha bisogno di essere ascoltata, ha bisogno di speranza”, afferma. “È contenta quando vede un giovane che senza essere del tutto sprovvisto di denaro sceglie di essere sacerdote in Iraq piuttosto che andarsene dal Paese”.

Non tutti lo approvano, a cominciare da sua madre, che si oppone a questa vocazione. “Da quando mio padre se n’è andato ero io l’uomo di casa”, ha spiegato il seminarista.

A chi gli dice che è pazzo preferisce non rispondere “per non dargli potere su di me”. Chi lo aiuta a mantenersi? “La preghiera, è la prima cosa nella vita”, risponde.

Il suo vescovo deciderà se rimarrà in Iraq o meno, ma Savim è convinto di poter essere felice in Iraq.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
cristiani perseguitati in iraq
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