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Perché Dio non mi dà quello che gli chiedo tanto nella preghiera?

CHOATphotographer / Shutterstock​
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Non possiamo concepire Dio come un mezzo per ottenere quello che desideriamo, ma come un fine in sé: Egli è la nostra vera necessità

Fin da bambini, ci è stato insegnato a pregare Dio, a chiedergli cose, a supplicarlo di risolvere tutto ciò che è fuori dalla nostra portata – almeno è così che hanno fatto molti genitori che sono stati a loro volta educati nella fede e nella preghiera.

Alcuni, ad esempio, scrivevano una lettera al Bambino Gesù prima di Natale. In questo modo, si era invitati a chiedere a Dio tutto ciò che si voleva come regalo di Natale, e poi veniva la frustrazione scoprendo che sembrava che non avesse letto quella lettera, visto che finivamo per ricevere altre cose, che non ci entusiasmavano molto. Da allora iniziavamo a capire che non sempre Dio ci dà tutto ciò che gli chiediamo, ma quello di cui abbiamo bisogno.

Da adulti, abbiamo imparato da Gesù stesso: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto”. E ancora una volta ci impegniamo, a volte come bambini, a continuare a elaborare una lista delle nostre necessità da potergli presentare di quando in quando.

Quello che non sempre capiamo è quello che Gesù dice più avanti relativamente al chiedere, cercare e bussare, ed è lì che spesso le nostre aspettative non vengono realizzate e restiamo frustrati: “Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono”. Ecco la risposta e il complemento in relazione a ciò che significa chiedere e cercare.

Supponiamo, quindi, che presentando quest’altra lista delle nostre necessità il Signore ascolti le nostre suppliche (il che fa sicuramente sempre) e ci dia ciò che gli chiediamo. Cosa succederebbe? Cosa bisogna fare con quei doni ottenuti dalla sua benevolenza e dalla sua compassione per noi?

È importante sapere che il nostro rapporto con il Signore non può dipendere dalle necessità temporali che abbiamo, perché questo equivarrebbe a concepirlo come un negozio e non come nostro Padre, colui che vuole la nostra salvezza in Cristo.

Il pericolo di un rapporto di questo tipo è credere, come gli israeliti, che possedendo la Terra Promessa, il grande sogno del popolo, non fosse più necessario conservare l’Alleanza che avevano stretto con Dio per sempre, e che l’unica cosa importante fosse avere un luogo in cui abitare, dove coltivare la terra e vedere i figli crescere. È allora che hanno iniziato a perdersi, a sviare il proprio cuore e ad adorare tutto ciò che non era Dio.

Non possiamo pensare che ottenendo da Dio ciò che gli chiediamo si sia già compiuto l’obiettivo del nostro rapporto con Lui, perché nella sua saggia pedagogia il Signore ci ricorda che la provvista è sempre scarsa e chi provvede è permanente. Non dobbiamo concepire Dio come un mezzo per ottenere ciò che desideriamo, ma come un fine in sé.

In questo senso, è molto probabile che, come il popolo di Israele, avendo ricevuto una promessa dal Signore, questa possa perdersi nel cammino, non perché il Signore ce la toglie, ma perché è importante riscoprire che né la terra né la promessa né la benedizione né la vita lunga hanno ragione di essere quando ci allontaniamo dal suo amore, che è l’unica realtà realmente importante.

La Bibbia ci insegna in molti modi che è stato nell’esilio, nella perdita di quello che tanto amavano, che gli israeliti, aiutati dai profeti, hanno riscoperto la necessità di tornare all’Alleanza, di tornare al primo amore, di tornare a Dio.

Quando trasformiamo ciò che è importante in indispensabile e l’indispensabile in accessorio, allora il Signore tocca la nostra gerarchia di valori, attraverso crisi purificatrici che ci aiutano a riconsiderare lo stile di vita che conduciamo.

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