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Il vero orrore della morte

NZ Defense Force CC

David Mills - pubblicato il 23/07/15

La perdita non scompare mai

Mentre scrivo, la madre di mia moglie sta morendo. Dopo una vita lunga e piena, con l’amore dei figli, è arrivata al punto in cui la morte è un elemento di misericordia.

È l’ultima dei nostri genitori ad andarsene. Prima mio padre, poi quello di mia moglie, poi mia madre, ora la sua. Quando i tuoi genitori sono in vita, pensi che ci sia sempre uno “strato” tra te e il mondo. Quando mio padre è morto, l’immagine che mi è venuta in mente era quella di essere stato stretto con la mia famiglia in una cabina calda e ben illuminata e poi all’improvviso di trovarmi da solo tra i venti freddi su un crinale, e che ci sarei rimasto per tutto il tempo che mi restava da vivere.

La perdita non scompare mai. Per anni, dopo la morte di mio padre, vedevo un libro in una libreria e pensavo “Oh, a papà piacerà”, lo prendevo e poi, con la scarica di adrenalina che ti fa esplodere lo stomaco, pensavo “Oh, no, aspetta”. Anche ora, 11 anni dopo, quando vedo su Facebook una fotografia di un amico della mia età con suo padre penso con un senso di perdita che mi blocca per qualche secondo che non è giusto che io non possa inserire una foto mia e di papà che sorridiamo all’obiettivo.

* * * * *

“Pensano che vivranno per sempre”, ha detto un amico che aveva appena visto la figlia adolescente e alcuni amici buttarsi in un’ampia strada di Chicago con il segnale pedonale rosso arrivando all’altro marciapiedi appena prima che un’ondata di macchine passasse con il verde. Ricordo i giorni in cui la vita sembrava senza fine, ma ricordo anche il fatto di essere colpito ogni tanto dalla consapevolezza che sarei morto.

Leggendo le storie di atei anziani che dicevano di non temere la morte, ho pensato che dovevano mentire a se stessi o a chi scriveva. Non potevano affrontare la morte in modo così disteso senza qualche speranza nella vita eterna. Ora che sono molto più adulto so come si sentivano. A un certo punto, si può sentire di aver avuto dalla vita tutto ciò che ci si poteva ragionevolmente aspettare.

Forse la penserò diversamente sul letto di morte, se avrò la fortuna di averne uno, e forse ho talmente interiorizzato la convinzione della vita del mondo che verrà da non riuscire a immaginare la morte come punto finale, ma penso di provare ciò che provavano gli atei. Non è la mia morte a spaventarmi.

Qualche anno fa ho detto al più grande dei miei due figli che se le cose fossero state diverse – ovvero se non avessi chiesto a sua madre di pranzare insieme dopo la Messa quel giorno – lui non sarebbe esistito e gli ho chiesto cosa ne pensasse. Ha detto che se non fosse esistito non avrebbe saputo che non esisteva, per cui il pensiero di non esistere non gli dava fastidio.

Quello che invece lo infastidiva molto era l’idea suo fratello minore avrebbe potuto non esistere. È la stessa cosa. Se Jonathan non fosse esistito, lui non avrebbe saputo che Jonathan non esisteva. Ma anche così, pensava che la non-esistenza di Jonathan non dovesse esserci. Sembrava ingiusta.

Anche se possiamo affrontare felicemente la fine dell’esistenza per noi stessi, sentiamo che quelli che amiamo dovrebbero vivere per sempre. L’idea che scivolino via dal cosmo sembra sbagliata. Non conta che pensiamo che siano eterni perché li amiamo o che li amiamo perché sono eterni.

L’orrore della morte non è tanto che sei tu a morire, ma che muoiono gli altri. La tragedia della tua morte è che per familiari ed amici tu sei uno di quelli che non dovrebbero morire. Provano per te quello che tu provi per loro. E visto che morirai, desiderano l’eternità per te, indipendentemente dal fatto che a te interessi o meno.

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morte
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