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Luciani, Papa per trentatré giorni

© Public Domain / Youtube

Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 22/07/15

Eppure ha lasciato un segno nella storia

Non ebbe nemmeno il tempo di scrivere la sua prima enciclica. Non riuscì a fare un solo viaggio, né a compiere nessun atto solenne o a prendere una qualche iniziativa clamorosa. La sua morte arrivòall’improvviso, incredibile, drammatica, paurosamente ammonitrice: e non per il “giallo” che ci costruirono attorno, il presunto avvelenamento; ma perché non poteva non scioccare la morte di un Papa ancora giovane, eletto da poco più di un mese. E dunque, per i tanti che allora non capirono, sembrava una vicenda finita primaancora di cominciare. Destinata con il tempo a venir dimenticata o comunque sempre meno conosciuta. Come tante altre che, lungo i secoli, erano rimaste solo una data nel grande libro della Chiesa di Roma.

Lo spazio di un sorriso”, scrisse un giornale in quella fine di settembre del 1978. E invece Albino Luciani lasciò molto di più del ricordo del suo ottimismo cristiano. Soltanto dopo si cominciò a intuire l’esistenza di un disegno misterioso che si intrecciava con quella vita. Soltanto dopo si capì che si poteva essere Papa soltanto per trentatré giorni, e lasciare ugualmente una traccia indelebile nella storia del cattolicesimo. Come dire che, la durata del pontificato di Giovanni Paolo I, è stata inversamente proporzionale all’ampiezza dell’eredità che ha lasciato, in termini di spiritualità, di umiltà e semplicità evangelica, di pastoralità, ma anche di prospettive per un profondo rinnovamento della Chiesa.

Già la scelta di quel duplice nome (qualcuno ci scherzò su, perché ricordava un famoso attore francese) rappresentò una prima significativa novità. Infatti, nelle intenzioni dell’ex patriarca di Venezia, voleva essere non solo un riconoscimento ai suoi più immediati predecessori, Giovanni XXIII e Paolo VI, ma il simbolo e insieme il pegno di una indiscussa continuitàtra i due Papi del Concilio (che non pochi invece tentavano di mettere in contrapposizione) e quindi tra l’iniziale ispirazione del Vaticano II e gli esiti finali. Insomma, l’avvio di un processo di pacificazione nella vita e nei rapporti all’interno della Chiesa, superando definitivamente il conflitto tra conservatori e progressisti.

E, a conferma del cammino irreversibile che la Chiesa aveva intrapreso con il Concilio, un cammino di radicale conversione, di ritorno all’ispirazione autentica del Vangelo, Luciani iniziò il suo ministero pontificale senza incoronazione, senza trono, senza triregno. Sanzionando così, anche negli aspetti esteriori, il tramonto definitivo del potere temporale dei Papi. E facendo recuperare alla Chiesa quella autorità morale e quella credibilità, che le avrebbero aperto le porte a un ascolto nella comunità mondiale, al di là delle differenze geografiche, razziali, ideologiche, culturali e anche religiose.

Era già una Chiesa “diversa”, anche perché alla sua guida c’era un Papa “diverso”. Un Papa che, la mattina dopo l’elezione, si affacciò al balcone centrale della basilica vaticana e cominciò a raccontare: “Ieri, quando scendevo alla Sistina…”. Era la primavolta che un Pontefice parlava di se stesso, abbandonando ilplurale maiestatico e usando il semplice “io”. La prima volta che confidava i suoi sentimenti, i timori che aveva provato al momento della elezione in Conclave, ma anche la pronta immediata accettazione, convinto che quel segno fosse venuto dall’alto.
Senza chiasso, senza trasformazioni sconvolgenti, ma era comunque una nuova maniera di “fare il Papa”. Luciani accentuò specialmente lo stile pastorale, ricorrendo alla sua grande esperienza di catechista. Rimasero famosi i suoi dialoghi con i chierichetti alle udienze generali. Affrontava anche argomenti profondi, richiamava di continuo la “grande disciplina”, riproponeva le fondamentali verità cristiane; ma lo faceva sempre con un linguaggio semplice, comprensibile a tutti, e che veniva dalla sapienza di un cuore caldo, appassionato.

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