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Domande sull’aborto /4 : “Qui comando io”

Aborto – Tirem seus rosários dos meus ovários – it

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Padre João Paulo Pimentel - pubblicato il 21/07/15

Alcuni esempi pratici per sapere se comandi in quello che pensi sia solo tuo

Con monotona ripetizione, come un ex libris della causa a favore della depenalizzazione dell’aborto, vengono mostrate foto di pance di donne con la scritta: “Qui comando io!”

Sembra un’affermazione indiscutibile. È interessante mostrare su quale principio si basa e a quali conseguenze può portare questa idea. La morale non è fatta di frasi isolate: i principi morali devono essere alla base delle nostre azioni, perché in caso contrario diventiamo persone o “moralmente schizofreniche” o senza principi. Difendo l’idea per la quale ritenere incondizionato il principio per il quale “Qui (nel mio corpo) comando io” è semplicemente un errore.

1) Consideriamo che la donna voglia dire con questa frase che l’embrione è solo una parte del suo corpo. 

Anche se fosse così (e non lo è), l’argomentazione sarebbe valida? Vediamo alcuni esempi che mostrano come la risposta sia negativa:

Un uomo arriva dal medico e gli dice: “Sono stanco di vedere. Gli occhi sono miei e qui, sui miei occhi, comando io. Per favore, può rendermi cieco?” Se il medico acconsentisse alla sua richiesta, come agirebbe la Giustizia? L’allora cieco sarebbe considerato pazzo, ma forse il medico sarebbe innocente?

Una donna in salute e con sentimenti generosi arriva in uno studio medico e chiede al dottore: “Per favore, può togliermi i reni per donarli, visto che entrambi sono miei e qui comando io? Non mi importa di dover passare la vita in emodialisi”. Se il medico procedesse all’operazione, la donna non sarebbe condannata per follia, ma il medico sarebbe lodato per aver acconsentito a quella richiesta?

Anche con esempi che riguardano solo il corpo (e non una nuova vita), si capisce che non si deve interpretare il “Qui comando io” come un salvacondotto per qualsiasi azione sui propri organi e che si deve chiedere alla società e alla Giustizia di agire contro chi si rendesse complice di un donatore disturbato.

2) Consideriamo ora il caso in cui la donna sappia che l’embrione è una persona diversa da lei e che quello che vuol dire affermando “Qui comando io” è che finché sta dentro di lei è padrona assoluta del bambino e del suo destino. 

Anche questa frase è falsa. Permettetemi di fare altri esempi:

Una donna incinta va dal medico e si sfoga: “Ho già tre figli sani. Vorrei un bambino handicappato, per esternare i miei sentimenti di altruismo sacrificato; per favore, mi dia un farmaco che alteri lo sviluppo normale di mio figlio; non si dimentichi che qui comando io”. Se il medico acconsentisse alla richiesta, non dovrebbe essere giudicato e punito? E cosa farà la Giustizia con la madre? O verrà sottoposta a cure psichiatriche o sarà condannata anche lei.

Passiamo a casi più reali. Una madre può dire legittimamente: “Questi figli, di 2 e 3 anni, sono miei. E visto che a casa mia comandiamo io e mio marito (verità indiscutibile), posso picchiare i miei figli per educarli”. In questo caso di violenza domestica, la Giustizia non avrà qualcosa da dire?

Gli esempi potrebbero continuare, ma penso che sia evidente che sì, “Qui comando io”, ma non da sola, non sempre e non in qualsiasi modo. L’affermazione non è indiscutibile come può sembrare.

Oltre a questo, nella maggior parte dei Paesi in cui l’aborto è legale il “Qui comando io” applicato al nascituro smette di essere riconosciuto a partire da una certa età del bambino.

Se non è quindi il “luogo” che dà alla donna un dominio assoluto sul bambino, cosa sarà? Perché fino a tot mesi comanda lei e poi no? La questione finirà sempre per orientarsi verso lo status ontologico dell’embrione: se è “qualcuno” non si può mai toccare, se è “qualcosa” si ammetteranno delle eccezioni. Il minimo dubbio sull’entità dell’embrione (per chi ancora non sa che si tratta di “qualcuno”) dovrebbe essere sufficiente per non rischiare di uccidere o di lasciar uccidere una persona.

Curiosamente, il “Qui comando io” è assolutamente vero in un senso inverso a quello usato dai difensori dell’aborto quando ciò che vuol dire la donna è che nessuno può uccidere il proprio figlio o fargli del male. Queste fotografie sarebbero state ad esempio molto utili in Cina nei decenni passati, quando le donne con più di un figlio erano costrette ad abortire. Da una madre ci si aspetta che sia consapevole della missione gigantesca che ha davanti: il suo grembo deve essere la fortezza inespugnabile contro tutte le minacce al bambino. Usare il “Qui comando io” in senso perverso – io, madre, sono la minaccia per il mio bambino – oltre ad essere irrazionale dovrebbe scioccare tutti noi.

Ma per quale ragione una legge dovrebbe interferire nella decisione della donna? Penso che gli esempi presentati in precedenza suggeriscano la risposta: non tutte le decisioni personali sono positive, e alcune hanno un’incidenza sociale notevole.

Nella questione della depenalizzazione dell’aborto si scontrano due atteggiamenti inconciliabili. Da un lato c’è quello di chi ritiene che la libertà personale non paghi mai il tributo a nessuno. Sono quelli che si rifiutano di capire che certe opzioni personali interessano la società stessa. Per loro non c’è né bene né male in questo tipo di opzioni, o se c’è resta subordinato alla mera capacità di scelta, valore supremo e intoccabile. Sarebbe quindi solo un male quello che limitasse la possibilità di scegliere. È chiaro che i difensori di questa tesi avranno difficoltà a spiegare per quale ragione lo Stato tedesco abbia condannato il cannibale di Fulda, un uomo che ha “solo” mangiato qualcuno che si era presentato volontariamente per quella esplicita finalità (essere mangiato), proposta apertamente su un sito Internet.

Dall’altro lato, troviamo l’atteggiamento di chi pensa che la libertà sia responsabile delle sue scelte, che spesso deve giustificare davanti a terzi e che in alcuni casi la società può e deve orientare per il bene della persona stessa e della società, perché la libertà nel suo esercizio non è infallibile. È preferibile misurare le opzioni di scelta perché la persona non opti per comportamenti che trasformino la sua libertà in un tiranno crudele e insensibile.

Le leggi contro l’aborto sono dissuasive, ma sono inoltre molto pedagogiche, perché ricordano che il nuovo essere è anche un nuovo cittadino (anche se con diritti incipienti). E ricordano ugualmente che la donna è il primo responsabile del bene del bambino. Allo stesso tempo, queste leggi (dove ancora esistano) difendono la donna da pressioni esterne di ogni tipo: dei genitori, del fidanzato o del marito, dei padroni dispotici…

La società non dovrebbe sentirsi più sicura quando vede che lo Stato veglia anche sui più indifesi e riconosce alla donna il diritto di difendere il proprio figlio?

Padre João Paulo Pimentel, autore di questo articolo e che Aleteia ringrazia di cuore per la generosità nel contribuire al sito, ci ha offerto altre due riflessioni di grande importanza, pubblicate da Aleteia il 6 luglio 2015, il 9 luglio 2015 e il 14 luglio 2015.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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