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“E comunque Medjugorje è un luogo di preghiera”

© MANUEL ROMANO / NURPHOTO
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Il cardinale Dziwisz ricorda l’atteggiamento di papa Wojtyla

Era già scandaloso che fosse uscito quel libro, oltretutto prima della beatificazione. E che il libro contenesse i testi – destinati a restare segreti – di alcune “deposizioni” raccolte al tempo del processo canonico; e dalle quali, per giunta, si aveva l’impressione che qualche testimone, benché in perfetta buona fede, avesse finito per riferire più il proprio pensiero che non quello di Giovanni Paolo II. Ma per il cardinale Stanislao Dziwisz, ex segretario particolare del Papa e ora arcivescovo di Cracovia, era ancora più scandaloso che, sulla base di una frase detta confidenzialmente da Wojtyla a un amico polacco, e poi riferita al processo, ne fosse venuta fuori una presunta approvazione pontificia dei fatti di Medjugorje.

Ricordo ancora la reazione di Dziwisz, quando gli comunicai la notizia per telefono. “No! No! Non è vero! Le cose non sono andate così!”. Due anni dopo, nel libro “Ho vissuto con un santo”, ritornò sull’argomento. Spiegò che, siccome “l’esercizio del servizio petrino esigeva un continuo discernimento spirituale, specie nelle questioni difficili”, il Papa aveva affidato l’intero problema alla Congregazione per la dottrina della fede. Poi, il cardinale entrò anche nel merito. “…devo dire che il Santo Padre era impressionato dallo spirito di preghiera, di penitenza e di conversione che caratterizzava il pellegrinaggio dei fedeli alla Madre di Dio. Tuttavia ha sempre conservato una prudente distanza. E, per questo, non ha ricevuto in udienza i ‘veggenti’”.

Mi impressionarono subito due punti di quel commento. Anzitutto, il fatto che il Papa fosse rimasto positivamente colpito dal gran numero di persone che andavano a Medjugorje; e, più ancora, che ci andavano per pregare, per ricominciare a pregare, e da dove spesso si tornava convertiti. E poi, quel riferimento alla “Madre di Dio”. Come dire che, tutto quel fervore spirituale, quel trasformarsi di Medjugorie – indipendentemente da come fosse iniziato – in un luogo di preghiera, ebbene, tutto questo non si sarebbe potuto concepire, né tanto meno spiegare, se non con una “presenza”. Quella “presenza”!

E qui, chiaramente, si avvertiva tutta la pietà mariana di Karol Wojtyla. Il Papa che si considerava miracolosamente salvato dalla Madonna di Fatima, il giorno che Alì Agca gli aveva puntato contro la sua pistola per ucciderlo. “Una mano ha sparato e un’altra ha guidato la pallottola”. E, prima ancora, il giovane polacco che, a Czestochowa, aveva imparato a essere uomo di “grande fiducia”, a “non aver paura”. E più tardi, anche da sacerdote, anche da vescovo, andava a Jasna Gora perché – diceva – lì davanti all’immagine della Madonna Nera si poteva sentire in che modo battesse il cuore della nazione nel cuore della sua grande protettrice.

Ma c’era anche un altro punto interessante, nel commento scritto dal cardinale Dziwisz: ed era quell’aver messo la parola veggenti tra virgolette. Che voleva significare? Glielo richiedo oggi.

Eminenza, c’era qualche motivo particolare?
Era solo per accentuare quella ‘prudente distanza’ che il Santo Padre voleva mantenere nei confronti della vicenda, mentre veniva esaminata alla Congregazione per la dottrina della fede, e quindi nei confronti degli stessi veggenti”. Una delle veggenti, Mirjana, racconta di aver avuto un colloquio privato con Giovanni Paolo II, e lui le avrebbe detto che ”se non fosse stato Papa sarebbe già andato a Medjugorje”.

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