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Mangeremo ancora i tortellini con il card. Biffi

CPP/CIRIC
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Di lui, professione italiano cardinale, si sono accorti in tanti, proprio per quella inguaribile intelligenza

di Lorenzo Bertocchi

Tra i tanti ricordi del cardinale Biffi che salgono alla mente, chissà perché, emerge una predica tenuta nella basilica di S. Petronio in una Giornata della gioventù del 1997. Anche quella sera, come sempre, offrì una parola mai scontata, mai superficiale. 

“Voi oggi”, diceva a qualche migliaio di giovani che avevano pregato e marciato lungo le strade di Bologna, “siete stati i protagonisti di un avvenimento davvero eccezionale, che domani avrà senza dubbio un'ampia risonanza nei giornali dei Cherubini e nelle televisioni del Regno dei Cieli. I giornali e le televisioni delle terra sono troppo impegnati a dar notizia dei maestri e dei propagandisti del niente – insinuanti o vocianti che siano – per accorgersi di voi”.

Ma di lui, di Giacomo Biffi, professione italiano cardinale, si sono accorti in tanti, proprio per quella inguaribile intelligenza che non mancava di sorprendere. Ora che è salito al Cielo, il cardinale, arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003, siamo certi che se la ride con i suoi amati cherubini. 
 

Innanzitutto se la ride per quelli che frettolosamente lo etichettano (e lo etichettavano) come conservatore o, peggio, integralista. Definì Bologna “sazia e disperata”, ebbe parole chiarissime nei confronti del rapporto con l'immigrazione islamica, non mancò di sollevare dubbi  in occasione delle “scuse” che Giovanni Paolo II chiese al mondo per le “colpe della Chiesa”. A proposito di questo voleva che non si parlasse di "colpe della Chiesa", ma di "colpe di uomini di Chiesa". E si disse preoccupato che "a forza di chiedere scusa si finisse col perdere lo stupore e la gioia di fronte alla mirabile realtà trascendente della Chiesa". Non occorre grande acume per accorgersi che aveva una certa dose di buon senso: come non riconoscere che Bologna è stata “sazia e disperata”?; come non verificare i danni di una certa superficialità nella gestione del rapporto tra Occidente e islam? E, infine, come non vedere una Chiesa che fatica a farsi percepire come qualcosa di diverso da una qualsiasi istituzione?

Nella città più rossa d'Italia il cardinale Biffi ha esercitato un magistero luminoso, mentre una generazione intera diventava adulta a cavallo del terzo millennio. Per tornare a quella Giornata della gioventù del 1997, ricordo alcune parole che risultano oggi di grande attualità ecclesiale. “Gesù sta dove gli uomini soffrono e sperano”, diceva Biffi, “e attendono di essere aiutati e incoraggiati da noi”. Perché “Gesù abita accanto a noi nei fratelli, di cui condividiamo l'esistenza quotidiana. Gesù abita tra quanti implicitamente lo invocano senza averlo conosciuto, e aspettano da noi che con la nostra testimonianza glielo facciamo conoscere”. Si potrebbe dire che il “conservatore” Biffi predicasse la Chiesa in stato di missione permanente, quella che per molti sembra sorgere solo oggi, grazie alle belle parole e ai gesti di Papa Francesco. Ma ad orecchi attenti si deve riconoscere che questa spinta non è mai mancata.

Innamorato di Cristo come pochi, Biffi ne diede un bellissimo e affrescato ritratto in un consiglio comunale di provincia. Ne venne fuori un libretto che è un best-seller dal titolo simpatico: L'identikit del festeggiato (eravamo a due passi dal grande Giubileo del 2000). Quello che Biffi voleva sottolineare è che “non c’è pluralismo nella Chiesa a proposito di Gesù Cristo: la risposta di Pietro è la risposta di tutti”. Non un mito, non un'idea, non un genio religioso, non un filosofo, non un agit-prop, ma Lui è il Cristo, il Figlio del Vivente, il Figlio di Dio.

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