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Trai il meglio dal tuo dolore e dai tuoi limiti

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 10/07/15

Pensare di poter trovare la fonte della mia vita in ciò che mi fa soffrire mi sembra assurdo

Una persona pregava: “Perché ti cerco per abbracciarti e non so trovarti. Fa male, Signore. Credo che questo dolore sia sano, sia dolore redentore, sia il dolore del peccato, della piccolezza, perché essere piccola fa male, perché peccare fa male. Lo assumo se vuoi, perché vuoi e per il tempo che vuoi, Signore. Lo assumo e lo vivo volentieri. Te lo chiedo così se è la tua volontà. Aiutami ad essere umile, anche se mi fa male. Te lo offro volentieri”.

Un pungiglione che fa male e ci rende umili. Una spina inchiodata nella carne. Vorremmo non soffrire. È necessario imparare a vivere con il nostro pungiglione, con il dolore che ci pesa sull’anima. Con la ferita che rende più lenti i nostri passi o li ferma.

DicevaKhalil Gibran: “Voglio sapere se hai toccato il centro nella tua pena. Se sei stato aperto ai tradimenti della vita. O sei diventato avvizzito e ti sei chiuso per paura di altro dolore. Voglio sapere se ti puoi sedere con il dolore, tuo o mio, senza muoverti per nasconderlo, diluirlo o sistemarlo”.

Imparare a portare allegramente il dolore che mi pesa, che mi lacera l’anima. Imparare a toccare il dolore che vive nella mia anima. Camminare sicuro con l’anima ferita. Il dolore che ferisce nel profondo.

Qual è il nome del mio pungiglione? Quante spine ho inchiodate nella carne? Quante volte ho chiesto a Dio di liberarmi dalla mia debolezza? Lo facciamo molte volte. Ci inginocchiamo impotenti vedendo che la barca segue la nostra direzione e non è capace di sfidare l’orizzonte infinito.

Mi imbatto sempre nelle mie goffaggini. Cado nelle mie debolezze e il pungiglione ferisce l’anima. In quei momenti vorrei essere capace di librarmi su me stesso. E ascolto Dio che mi dice che mi basta la sua grazia. Mi basta la sua forza.

E io che pretendo di fare tutto con le mie forze, con le mie capacità. Senza quasi contare sul suo potere. Senza cercare la saggezza dello Spirito. Mi impegno a rallegrarmi della mia forza, dei miei talenti, non delle mie incapacità. È un paradosso.

Come posso rallegrarmi di ciò che mi fa soffrire? Non lo capiamo. Poche volte capiamo Dio. Mi sembra impossibile che la mia ferita, che il mio pungiglione sia fonte di vita. Non riesco a crederci.

Sento spesso che Dio costruisce sui miei talenti. Sono fecondi. Danno vita. Ma pensare di poter trovare la fonte della mia vita in ciò che mi fa soffrire mi sembra abbastanza assurdo, impossibile. Oggi Dio torna a ricordarmelo. La sua grazia mi basta.

Sogno gli ideali non perché li abbia già conquistati, ma perché credo nel potere trasformatore della sua grazia. E credo che il cammino della mia carenza possa essere il mio cammino di vita. Dio fa così tante volte.

Nella debolezza di padre Josef Kentenich, nella sua ferita per non aver avuto un padre, sboccia una fonte di vita. Diventa padre di molti. La sua mancanza di paternità diventa fonte di vita.

Dov’è la mia ferita, quel pungiglione che mi mostra la via che devo seguire? Spesso copriamo la debolezza che ci infastidisce. Pretendiamo di mostrarci come non siamo, ingannando il mondo con una farsa. E ci conformiamo a rendere fecondi alcuni dei nostri talenti.

Dio vuole di più. Vuole il mio pungiglione. Vuole la mia ferita. E mi chiede di imparare a camminare con le mie debolezze. Con loro sono capace di camminare guardando alle alte vette.

Padre Kentenich ci invita a questo: “Non conquisteremo il nostro popolo proponendogli solo esigenze minori. Di tanto in tanto bisogna anche proporre esigenze consistenti, ma facendo appello alla sua magnanimità, a ciò che si può fare”.

Gesù mi invita ad avere un’anima grande. La sua grazia mi basta. Egli costruisce sulla mia vita con le sue carenze e le sue ricchezze. Dio riempie la fessura della mia anima con la forza del suo amore. Non dubito di quanto mi ama.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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