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Per combattere l’obesità, chiamiamo la gola per quello che è: una malattia dell’anima

Michael-Saechang-CC
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Qualcosa nel nostro rapporto con il cibo è assai sbagliato

Quando consideriamo l’epidemia di obesità in Occidente, non siamo incoraggiati a guardare il problema come un fallimento della forza di volontà individuale, ma come il risultato di cause complesse che spaziano dai comportamenti infantili alla predisposizione genetica, con l’addendum generico dello “stile di vita”.

La considerazione biologica di base per cui il grasso è l’accumulo di energia in surplus indica un legame fondamentale tra l’obesità e il fatto di consumare più cibo di quanto sia necessario, ma la questione è spesso distorta da una serie di incertezze: non è vero che certe persone prendono peso più facilmente di altre? Alcuni di noi non sono determinati a livello genetico a immagazzinare energia per via delle condizioni di antenati che morivano di fame? Non è vero che certi cibi distorcono il nostro appetito, e che le dinamiche ormonali complicano la nostra ricerca di sazietà?

Può essere vero tutto questo e molto di più: il campo di battaglia tra appetito e controllo del peso è complesso e contorto. Non è quindi forse la battaglia giusta da combattere?

Se le questioni sulla forza di volontà sono considerate passi falsi in rapporto all’obesità, immaginate quando potrebbe essere ben accolta la dichiarazione di golosità. La teoria della gola potrebbe però offrire una risposta all’obesità che aggira l’altrimenti interminabile lotta tra il nostro appetito di cibo e il nostro desiderio di salute e integrità fisica.

Bisogno disperato di soddisfazione

Il problema della maggior parte degli approcci alla dieta e alla perdita di peso è che in vari modi cercano di dirci quando possiamo mangiare il dolce. Le diete sono moltissime e decisamente varie, ma ciò che hanno in comune è il tentativo di soddisfare l’appetito oltre che di diminuire il consumo globale. Alcune diete cercano di controllare la quantità complessiva di cibo consumato, senza restrizione a livello di cibi permessi, attraverso varie forme di conteggio delle calorie. Altre limitano i tipi di cibo, non toccando le quantità, ad esempio diete altamente proteiche che ritengono i carboidrati il vero nemico della perdita di peso e si basano sul potere saziante di pasti altamente proteici per diminuire l’appetito.

Queste diete possono funzionare per alcuni, forse soprattutto quando le loro regole ristrette o i loro regimi inusuali aiutano a spezzare abitudini alimentari consolidate e a indebolire l’appetito semplicemente eliminando la “familiarità”. La novità di eliminare gli alimenti a base di carboidrati può sfidare il rapporto con il cibo, ma il nostro appetito è adattabile, e presto troveremo nuovi modi di soddisfarlo con cibi diversi.

Per alcuni di noi, la guerra tra il peso e l’appetito deve essere una proposizione “tutto o niente”. Se dobbiamo ingaggiare una guerra, dev’essere una guerra totale, e l’appetito non dev’essere semplicemente respinto, ma sconfitto. Dobbiamo non solo cambiare le nostre abitudini alimentari, ma riconoscere la discordia psicologica e spirituale fondamentale alla base di un rapporto disfunzionale con il cibo.

Sono stato più o meno sovrappeso durante tutta l’età adolescenziale e adulta, e due considerazioni amare ma liberatorie hanno fatto infine la differenza. La prima è che sono un edonista, a livello materiale se non formale. Il cibo è stato un’immensa fonte di piacere, divertimento e soddisfazione sensoriale non adulterata per la maggior parte della mia vita, e qualsiasi desiderio compensativo di rimanere in forma e sano attraverso combinazioni di dieta ed esercizio è stato minato dal fascino che esercita il mangiare su di me.

Una disfunzione spirituale

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