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Domande sull’aborto: “Bambini non desiderati”?

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Padre João Paulo Pimentel - pubblicato il 09/07/15

La società ha tutte le condizioni per dare soluzioni più umane ed efficaci della morte del bambino

Chi difende l’aborto evoca a volte le deplorevoli condizioni di vita in cui vivranno alcuni nascituri. Per via dell’ambiente sociale o della scarsità di risorse educative, oppure per la precarietà dell’ambiente familiare (se si tratta di una famiglia), il futuro del bambino viene visto come più o meno oscuro.

“Ecco un altro che affonderà nella miseria, un’altra vittima quasi certa della droga, un altro umiliato e offeso che il mondo dovrà accogliere. Egli stesso, se potesse, ringrazierebbe per non essere nato. È ingiusto che venga al mondo un bambino non amato”.

Possiamo ammettere che esista un’alta probabilità che un bambino che è il quinto figlio di una madre single, disoccupata e che vive in una casa disagevole possa attraversare delle difficoltà di ogni genere, ma sarà inevitabilmente infelice? E questo sarà un motivo per uccidere il bambino? E sarà vero che chi usa questa argomentazione si preoccupa davvero della felicità del nascituro indesiderato?

Prima di cercare di difendere la non ragionevolezza di questo pretesto per la legalizzazione dell’aborto, invito a leggere un estratto di un articolo di G. K. Chesterton su Malthus, per il quale la popolazione cresceva in proporzione geometrica mentre i beni aumentavano solo in proporzione aritmetica:

“Malthus voleva che la sua fosse un’argomentazione contro la riforma sociale. Non ha mai pensato a utilizzarla in altro modo, se non come un argomento contro qualsiasi riforma sociale (…) Ha messo in guardia le persone contro qualsiasi impeto di generosità che portasse a fare un’elemosina. La sua teoria era sempre come una brocca d’acqua fredda gettata su qualsiasi proposta di dare una proprietà all’uomo povero o di dargli migliori condizioni di vita. È questo la nobile storia della nascita del controllo della natalità”.

Malthus ha presentato ragioni per le quali, a suo avviso, non si doveva elevare il livello sociale dei poveri: in fondo, perché sarebbe stato sempre inutile. Anziché cercare di sradicare la povertà, ha aperto la via per sradicare i poveri suggerendo che dovevano smettere di avere figli.

Non senza una buona dose di umorismo e senso comune, Chesterton sintetizzava questa visione del controllo della natalità proposto come mezzo di conquista sociale: “È come dire che la decapitazione è un progresso nella tecnologia dei dentisti”.

La teoria malthusiana, tanto incensata in determinati settori, sembra essere una storia mal raccontata. In fondo, Malthus non si è mai preoccupato davvero dei poveri, ma dei ricchi: i poveri erano solo un problema per i ricchi, nient’altro. Non era preoccupato dell’infelicità dei possibili nuovi poveri, ma della felicità che questi avrebbero sottratto ai ricchi.

Ugualmente mal raccontata è l’apparente preoccupazione per coloro che nasceranno e cresceranno fatalmente infelici. Sarà davvero un’ipotetica infelicità futura del nascituro il motivo per eliminarlo? La causa dell’aborto non sarà piuttosto l’infelicità presente della madre o del padre per il bambino imprevisto e che le/gli porterà nuovo lavoro?

Anche se si trattasse di una diagnosi probabile – mai del tutto certa –, non significa che il rimedio proposto come inevitabile (l’aborto) sia ragionevole.

Altrimenti, guardate come si risolverebbe facilmente una serie di questioni con questo metodo tanto singolare:

– Ci sono bambini problematici – per l’età, per l’ambiente familiare (o la sua mancanza), per condizioni psicologiche – che introdurranno in qualsiasi scuola che frequenteranno un fattore di scarsa stabilità, e loro stessi soffriranno venendo confrontati con altri allievi con più capacità. Il rimedio? Lasciarli a casa senza istruzione, cambiando quanto prima la legge sull’istruzione obbligatoria. Problema numero uno risolto.

– Passiamo a un secondo conflitto. C’è una percentuale X di studenti di Diritto che non troverà impiego nel mercato del lavoro. La soluzione è facile quando si adotta un metodo simile a quello dell’aborto, che pone fine a potenziali infelici: si bocci ciecamente quella percentuale di studenti in tutti gli esami finché non desistono dal corso.

– Terzo problema: ci sono varie migliaia di malati in lista di attesa per un intervento; si dichiari che per una serie di patologie non c’è soluzione chirurgica, così smetteranno di aspettare di essere operati.

Se il meglio che la società può offrire a una donna incinta con vari problemi nella vita è l’eliminazione di quella vita umana che ipoteticamente soffrirà, sarebbe meglio porre fine a quella società e iniziarne una nuova. Come ricordavano le parole di Chesterton, c’è sempre la tentazione di eliminare i figli dei poveri, degli umiliati, degli emarginati, come pretesto per porre fine alla povertà, alle vessazioni, ai ghetti sociali. Il lettore avrà già notato l’ipocrisia: la società dice al povero “Portaci qui tuo figlio, e gli faremo il grande favore di eliminarlo”.

Un dubbio finale: come tratterà il figlio la madre che non ha abortito perché la legge non l’ha permesso? Si vendicherà della società sul figlio? Al di là del fatto di trovarsi in un contesto già infelice, le cose per il bambino nato non si aggraveranno per una legge che la donna-madre ritiene odiosa? “Lo Stato mi obbliga ad avere un figlio – può dire –, ma non può obbligarmi ad amarlo; proibisce che lo maltratti, ma non mi obbligherà a baciarlo”. Riconosciamolo: questo atteggiamento si può purtroppo verificare, soprattutto quando il ruolo della maternità è sempre meno valorizzato nella società. Ad ogni modo, la mia convinzione, basata su casi reali, è che in persone mentalmente sane questo atteggiamento, pur potendosi verificare, non si verifica. La logica delle madri non è fortunatamente quella dei difensori dell’aborto.

È ingiusto che venga al mondo un bambino non amato. Sicuramente. Si tratta di un’ingiustizia. Ma questa ingiustizia non è commessa dal bambino e non è la società che proibisce l’aborto ad avere la colpa. Almeno non ha la colpa di questo. Sarà in caso colpevole del fatto di non aver risolto in modo più efficace le situazioni che portano alla disperazione di una madre.

Se tutte le forze sociali si riunissero per aiutare le madri in caso di difficoltà verificata, troverebbero più di frequente soluzioni efficaci. Per ora sono in genere le istituzioni della Chiesa o ispirate ai principi cristiani a offrire alle donne in stato di gravidanza i mezzi per cercare di superare problemi seri. E in una considerevole percentuale di casi in cui le madri ricevono tempestivamente un aiuto efficace, i bambini con un iniziale pronostico negativo finiscono per essere bambini amati. Non sarà preferibile percorrere questo cammino, più complicato ma più umano?

Padre João Paulo Pimentel, autore di questo articolo e che Aleteia ringrazia di cuore per la generosità nel contribuire al sito, ci ha anche offerto un’altra riflessione di grande importanza sul presunto carattere dell’aborto come “problema di coscienza” (cfr. Aleteia, 7 luglio 2015).

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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