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Come Dio vede i tuoi limiti e i tuoi errori (forse ti sorprenderà…)

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Dio si stupisce di fronte alle mie opere goffe e si rallegra anche dei miei insuccessi e delle mie ferite

La mia aspirazione all’ideale sboccia da un cuore spezzato, malato, fragile. Penso che la mia barca sia una barca spezzata. Non è un transatlantico capace di solcare grandi mari. Non riuscirò a fare con lui il giro del mondo.

La mia barca è spezzata. Ci entra l’acqua. E Gesù è lì.

Questo mi consola. Affondiamo insieme, ci salviamo insieme. Togliamo insieme l’acqua che ci bagna i piedi. Issiamo le vele lacerate.

Mettiamo bene il timone che a volte si muove come vuole essendo poco docile alla direzione stabilita. Raccogliamo i remi caduti in mezzo all’oceano. Gesù sulla mia barca. Io sulla sua.

Perché la mia barca è sua. O è la sua ad essere la mia barca. Non sono più capace di distinguerlo. So solo che la sua forza mi porta accanto a lui in mare. E la mia debolezza è la fessura attraverso la quale penetra la forza del suo fuoco.

Mi piacciono quegli ideali elevati che danno vento alle mie vele. Quegli ideali che sembrano irraggiungibili e per i quali sospiro. Mi piacciono quei sogni elevati che arrivano alle vette più alte.

Senza smettere di riconoscere la povertà dei miei passi, la debolezza delle mie braccia. Sostenendo la vela. Sostenendo il timone. Non importa. Gesù mi dà la sua forza e solchiamo i mari. Non ho paura, non tremo. O sì, non importa tanto. Quando ho paura guardo la stella, guardo i suoi occhi, e confido. Cammino, corro, mi alzo, aspetto, mi fermo. L’ideale mi conduce.

Dice padre Josef Kentenich: “Dovremmo sicuramente tagliare molte cose che fanno male, ma molte cose possono rimanere. ‘Ciascuno deve tracciare su di sé l’immagine di ciò che deve essere. Se non riesce a realizzarla, non soddisfa la sua aspirazione’, diceva Angelus Silesius. Ciascuno ha un determinato riflesso e impulso verso Dio, e a questo posso dedicarmi”.

Sogno le sue braccia che si adattano alla croce della mia vita spezzata, ferita, caduta. Sogno la sua vita mescolata alla debolezza della mia anima, confusa tra le mie passioni. Sogno il suo fuoco e la mia paglia che arde nelle sue mani senza consumarsi.

Sogno da sveglio e mentre dormo ciò che non sono e desidero, ciò che non possiedo, ciò a cui anelo soltanto. Sogno di aprire con i miei occhi i paesaggi più meravigliosi che Gesù sogna per me.

Cerco di disegnare nell’azzurro dell’oceano, con mano ferma. Voglio toccare con le mie dita le vette che ancora non scopro. Calpestare la loro neve. Non ho in mente niente che assomigli al sogno che vibra dentro. Come esprimerlo a parole?

Spero di toccare il cielo con le mie mani che non volano, ma so che se sono povero sono ricco quando ho Lui nella mia vita, nella mia barca spezzata, nella mia voce che grida tra le onde. E so che se sono debole, e mi rallegro delle mie debolezze, paradossi della vita!, la sua forza sarà la mia stella e le sue mani faranno da barca.

Mi sorprende la libertà di Paolo nel parlare della sua ferita e della sua spina. Una spina nella carne che segna i suoi passi. O li ferma. O rende più lenta la sua andatura. Si è scritto molto su questa spina. La grazia gli basta.

Ma chiede la liberazione. E la grazia deve bastargli. Si è parlato molto del significato di quella spina. Si è pensato a una malattia, o al dolore per i suoi figli che soffrivano o perdevano la fede, o agli insuccessi apostolici che ha sperimentato nelle chiese da lui fondate…

Non sappiamo bene a cosa si riferisse concretamente. Ciò che è certo è che ha chiesto a Dio ti togliergli quella spina tre volte. E tre volte ha sentito che la grazia di Dio gli bastava.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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