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“Cara Laura, ci sono passata anch’io, ma l’eutanasia non è la risposta”

© Federico Coppola / CC
https://www.flickr.com/photos/silentman-it/2839586898
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Una lettera accorata alla ragazza di 24 anni a cui il Belgio ha concesso l’eutanasia perché depressa

Ero anch'io come Laura, sono stata anch'io come lei. E certo è per questo che la vicenda della ragazza belga raccontata da Tempi.it non può lasciarmi indifferente. Perché, se all'epoca dei miei vent'anni, fosse esistita in Italia una legge come quella che vige oggi in Belgio, monarchia almeno sulla carta cattolica, ora non sarei qui a raccontare. Ma partiamo da lei: Laura (secondo il nome fittizio che le viene attribuito nell'articolo), una giovane di 24 anni, con alle spalle una vita difficile, tribolata, traumatica. Una vita sulla quale ha deciso di scrivere la parola "fine". La ragazza, che vive nelle Fiandre,  ha infatti chiesto e ottenuto di essere uccisa con l’eutanasia:vuole morire perché da troppo tempo è depressa, si è convinta che vivere non faccia per lei. Può morire, perché la legge introdotta di recente nel Paese, glielo consente.

La sua cronaca familiare racconta di un padre alcolista, violento, che "ha spaccato la famiglia fin da quando lei era piccola". Senza cadere in facili psicologismi, possiamo immaginare questa bambina, questa ragazzina, che cresce annaspando nello squasso emotivo di una famiglia devastata. Un padre infelice, più che sofferente, e per questo collerico, aggressivo, violento. Una madre che immaginiamo altrettanto fragile e infelice, incastrata in una relazione sentimentale distruttiva.

In questa famiglia molto disturbata, la bambina si fa grande con un'insaziata fame d'amore, ma al tempo stesso impossibilitata a credere in quell'amore che le viene negato. Si fondano lì la disistima e l'incapacità di vivere con cui è cresciuta, come lei stessa afferma. "Non ho mai voluto vivere", dice. E aggiunge: "Sono convinta che avrei avuto questo desiderio di morire anche se fossi cresciuta in una famiglia tranquilla e stabile". Perché, con modalità da manuale, questa "bimba" che si appresta a morire preferisce gettare la colpa su di sé, salvando l'immagine dei suoi genitori. Che, purtroppo, le hanno negato la fondamentale esperienza dell'empatia, quella capacità di entrare in relazione affettiva con gli altri, in primis la mamma e il papà, su cui si fonda la relazione con la vita stessa.

Per anni Laura ha urlato il suo dolore, con espressivi gesti autolesionisti: quando si tagliava, quando si scagliava di proposito contro i muri. Unico sollievo il teatro, cioè la vita rappresentata sotto altre spoglie, e un improvviso amore. Omosessuale. Si appassiona ad un'altra donna, probabilmente spinta dal bisogno di amare e di scoprire in lei quella se stessa che non riesce ad amare, quella se stessa che non conosce e riconosce. Ma ogni puntello esterno è fragile, quando l'identità vacilla, quando le radici dell'esistenza affondano in un terreno paludoso e sterile. Nella vita di Laura irrompe la depressione.

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