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Fabrice Hadjadj: “per la sua ecologia integrale, Laudato Si’ segnerà una svolta epocale”

Fabrice Hadjadj – it

Fabrice Hadjadj

Centro Culturale "Gli Scritti" - pubblicato il 27/06/15

Parla il filosofo francese di origine ebraica e convertitosi al cattolicesimo

di Antoine Pasquier

Per il filosofo Fabrice Hadjadj, l’enciclica Laudato Si’ spezza il legame aberrante tra i cattolici e il mondo tecnoliberale della crescita illimitata.

In cosa questa enciclica si distingue come testo epocale, come lo fu al suo tempo la Rerum Novarum?
Epocale è ciò che è allo stesso tempo la manifestazione di un’epoca e il suo superamento, un po’ come il sorgere di un sole che, levandosi in alto, svela il paesaggio.

È esattamente ciò che accade con questo testo: manifesta quanto vi è di più specifico del nostro tempo – il paradigma tecnocratico – e lo fa a partire dai misteri più grandi ma anche più semplici – la comunione trinitaria e la comunione di tutte le creature, ciò su cui riflettono i più grandi teologi e ciò che prova in prima persona l’ultimo degli innamorati. È come se, nell’estremo pericolo in cui ci troviamo, la cattolicità fosse divenuta un fatto fisico. Se la Pacem in terris si rivolgeva a “tutti gli uomini di buona volontà”, la Laudato Si’ si rivolge, semplicemente, a tutti gli uomini. La coscienza ecologica ci porta a riconoscere che abitiamo una “casa comune” e che questa casa comune presume, come ogni casa, un Padre comune.

Il rispetto della natura passa, secondo il Papa, per la meraviglia di fronte alla Creazione. Perché gli uomini si limitano a una visione materialista? Sono degli esseri contemplativi senza saperlo?
All’inizio siamo tutti contemplativi. È la risorsa dell’infanzia. Un giovane è spinto ad intraprendere degli studi scientifici in primo luogo dalla meraviglia che prova di fronte ai fenomeni della natura. Solo l’ammirazione e l’amore possono metterci in movimento. Ma questo movimento è spesso deviato da una volontà di potenza che manca di gratitudine. Così, nella scuola d’ingegneria dove entrerà il nostro giovane, si trascurerà ciò che i fenomeni hanno di “fenomenale”, si passerà dalla meraviglia al calcolo, alla manipolazione, all’utilitarismo che ignora l’impulso iniziale del desiderio di conoscenza. È perché siamo stati bambini sulle ginocchia di nostra madre con un padre che ci mostrava la bellezza di una margherita che desideriamo comprendere il mondo il maniera intelligente. Ma ecco che presto ci si mette a voler fabbricare dei piccoli uomini senza né padre né madre e ad accanirci contro la margherita per ridurla alla sua utilità o alle sue funzioni… E così facendo tradiamo non solo la Creazione, ma anche noi stessi.

Il Papa va molto lontano nella sua critica al sistema economico e finanziario. Per lui, il consumismo si traduce in una crescita senza limiti. Perché tale mania di consumo è pericolosa e perché è necessaria porvi dei limiti?
Per giustificare i limiti, si insiste molto sull’esaurimento delle risorse naturali. E va bene. Ma non è abbastanza, perché si perde di vista il carattere positivo del limite. Il limite non è una rinuncia, ma un’affermazione. Per gli Antichi, ciò che ha un limite è ciò che ha una forma, mentre ciò che è illimitato è l’imperfetto, l’informe, il “senza contorni”. Limitare i propri mezzi permette di imparare a fare le cose da sé (per esempio, anche solo con una penna e un foglio potete scrivere delle poesie). E limitare il consumo di prodotti permette di aprirsi alla comunione delle persone. Tommaso d’Aquino dice che “l’austerità [o la sobrietà], in quanto virtù, non esclude i piaceri ma solamente quelli che sono superflui e disordinati, ed è per questo motivo che apre all’affabilità, all’amicizia e alla gioia”. La sovrabbondanza delle merci non impedisce la disperazione. Ma laddove una persona fa esperienza della comunione e dell’appartenenza “qualsiasi luogo cessa di essere un inferno e diventa il quadro di una vita degna” (§ 148).

Il Papa ripete che “tutto è connesso” (Dio, l’uomo e la terra). Come interpretate questa espressione che alcuni tentano di minimizzare?
È il motivo conduttore dell’enclica. Mi sembra sia necessario interpretarlo pensando a tre cerchi concentrici.
Il primo è quello dell’ecologia in senso stretto: il proprio di questa disciplina è l’osservazione dell’equilibrio degli ecosistemi e dunque il riconoscere che tutto è legato nella natura, che ciò che tocca l’acqua o il fiore può avere delle ripercussioni incalcolabili sugli altri esseri viventi.
Il secondo cerchio è quello del legame tra l’ordine materiale e l’ordine spirituale, tenendo a mente che la crisi ecologica è anche una crisi mistica: “I deserti esteriori si moltiplicano nel nostro mondo perché i deserti interiori sono divenuti così grandi” (§ 217).
Infine, il terzo cerchio trascende e comprende quelli precedenti. È quello del mistero trinitario, come viene mirabilmente descritto nel seguente passaggio: “Le  Persone  divine  sono  relazioni  sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente” (§ 240).

Nel primo capitolo, Francesco segue questo approccio mistico e parla in particolare della necessità dell’Eucaristia che “abbraccia e penetra la Creazione”. Qual è il rapporto tra economia della salvezza e la salvaguardia del pianeta?
I sacramenti si oppongono alla tentazione dello spiritualismo, ovvero ad una relazione con Dio che non passa per la materia, il corpo, i gesti sensibili. La cattedrale incarna la creazione intera. Paul Claudel lo ricordava con forza: “La chiave di volta [della cattedrale] venne a catturare la foresta pagana”. Ne La Scarpina di Raso, critica coloro che vogliono “ridurre la chimica della salvezza ad una transazione individuale e clandestina nella ristrettezza di un ufficio”. Poi dichiara: “È con la Sua opera intera che pregheremo Dio! Niente di ciò che ha fatto è vano, niente è estraneo alla nostra salveza. È la Sua creazione, senza scordarsi di alcuna sua parte, che eleveremo nelle nostri mani riconoscenti e umili”.
Così “l’Eucaristia è in sé un atto di amore cosmico” (§ 236). Essa consacra divinamente “il frutto della terra e del lavoro degli uomini”. Se ci pensiamo un poco, ciò implica una trasfigurazione dell’economia: il pane che arriva sulla tavola, che deve essere di puro frumento, non può essere mischiato a pesticidi, non deve essere stato prodotto in condizioni inique, altrimenti la nostra offerta sarebbe un’offesa! Per non parlare delle condizioni necessarie per produrre un “buon” vino per la messa. A partire da questa semplice esigenza (presentare delle offerte degne all’altare), tutta l’economia può essere rimessa in questione.

Si può parlare di un peccato ecologico o sarebbe più giusto parlare di strutture di peccato?
L’espressione “peccato ecologico” non si trova nell’enciclica. Sembra che sia stata usata il giorno successivo alla sua apparizione ufficiale dal metropolita ortodosso Giovanni Zizioulas di Pergamo. Il Santo Padre, dal canto suo, quando cita il patriarca Bartolomeno, parla di “peccati contro la creazione”. Ciò che è certo è che, come mostra il filosofo Hans Jonas in “I principi della responsabilità”, la “civiltà tecnologica” trasforma ‘l’etica tradizionale’ su almeno due punti:
-L’etica tradizionale è un’etica della prossimita: oggi, data la globalizazzione tecnoindustriale, possiamo offendere delle persone dall’altra parte del mondo o che non sono ancora nate (le generazioni future).

-Inoltre, l’etica tradizionale vedeva la natura come qualcosa di stabile, d’inesauribile o d’invulnerabile; al contrario, la nostra azione può ormai ferire e persino devastare la “casa comune”. Ecco perché il nostro senso del peccato è da intendersi in ragione di questo contesto inedito.

Questa enciclica può smuovere le file sia tra i cattolici sia tra gli ecologisti tout court?
Per dei motivi storici, tra cui in particolare il comunismo, molti cattolici hanno avuto la tendenza ad allearsi con il mondo tecnoliberale della crescita illimitata.
Questa enciclica spezza questo aberrante legame. Francesco osa parlare del “mito del progresso” e arriva al punto di domandare di“accettare una certa decrescita in alcune  parti  del  mondo  procurando  risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti”.
Afferma anche che le nuove tecnologie non sono neutre, ma che contengono in se stesse un progetto o un paradigma pericoloso, il che è un rovesciamento rispetto alla concezione puramente strumentale della tecnica che ha spesso prevalso in seno alla Chiesa. Per quanto riguarda gli ecologisti, il Papa li chiama alla coerenza di un’ecologia “integrale” e “umana”.
Da una parte, non si può difendere la natura disprezzando l’uomo e il suo essere coronamento: dire che l’uomo è un animale tra gli altri rende impossibile l’ecologia, perché è necessario che l’uomo abbia una dignità speciale per essere considerato come custode responsabile della creazione.
Dall’altra parte, riconoscere che la natura non è una riserva di energia e di materiali disponibili bensì un ordine donato che si deve rispettare, accompagnare e preservare, significa presupporre la provvidenza di un Creatore generoso…
Infine, contro ogni concezione individualistica della salvezza, è bene ricordarsi di Noè. Per salvare questo solo uomo giusto, è stata necessaria l’Arca, e quindi salvare anche la sua famiglia, e con la sua famiglia tutte le altre specie, pure e impure…

QUI L’ORIGINALE

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