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Credere ai miracoli? Roba da scienziati!

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Da Galilei e Pascal in poi fisici, astronomi e matematici favorevoli all’esistenza del soprannaturale

L'argomento con cui Stokes giustifica la sua fede nei miracoli è ancora, nonostante i tempi, quello classico: “Sarebbe assurdo negare alla volontà creatrice le facoltà che posseggono gli esseri creati”, cioè il libero arbitrio. Perciò “se noi immaginiamo le leggi naturali come qualcosa di autonomo e di increato, non possiamo ammettere nessuna deviazione da esse. Ma se le pensiamo come intese da una volontà superiore, bisogna pur supporre la possibilità di sospenderle in qualche caso particolare…” (cit. in Kneller, Il cristianesimo e i naturalisti moderni, Brescia, 1906, p. 216 e seg.).

Nel Novecento la parola “miracolo”, usata con varie sfumature, ma mai casuale nelle parole di uno scienziato, compare spesso nei testi di Albert Einstein e di tanti altri scienziati (Francis Collins, celebre genetista, dedica varie pagine alla possibilità dei miracoli nel suo Il Linguaggio di Dio e così il matematico italiano Antonio Ambrosetti, nel suo La matematica e l'esistenza di Dio).

Soprattutto in Inghilterra, patria di Hume, il dibattito rimane ancora oggi caldo.

Si segnala per esempio il percorso intellettuale di Antony Flew (1923-2010), a lungo massimo difensore mondiale dell'ateismo filosofico e seguace della posizione di Hume, poi convertito al teismo, perché convintosi che l'origine del cosmo, quella della vita e quella dell'uomo non possano essere inseriti in una spiegazione naturalistica dell'uniformità della natura e che non si possa fare a meno di una Intelligenza suprema all'origine di tutto (“Credo che l'universo sia stato creato da un'Intelligenza infinita e che le sue intricate leggi manifestino ciò che gli scienziati hanno chiamato la 'Mente di Dio'”).

Piuttosto noto agli appassionati anche il dibattito tra il biologo Richard Dawkins, ateo e fortemente contrario alla possibilità dei miracoli, e il matematico cristiano John Lennox, docente di matematica ad Oxford.

Vale la pena concludere a partire dalle considerazioni di quest'ultimo.

Lennox ricorda anzitutto il concetto da cui si è partiti: “L'intelligibilità razionale è una delle principali considerazioni che hanno indotto pensatori di tutte le generazioni a dedurre che l'universo debba essere a sua volta un prodotto dell'intelligenza. Il filosofo Keith Ward riassume così: 'Alla maggioranza di coloro che hanno riflettuto profondamente e hanno scritto sull'origine e sulla natura dell'universo è parso che quest'ultimo puntasse al di fuori di sé indicando una fonte non fisica e di grande intelligenza e potenza. Quasi tutti i grandi filosofi classici videro risiedere l'origine dell'universo in una realtà trascendente. Avevano idee specifiche differenti riguardo a tale realtà e modi diversi di avvicinarla; ma che l'universo non si spieghi da sé e che richieda qualche spiegazione al di fuori di sé era una cosa che accettavano in quanto piuttosto ovvia'” (Lennox, Dio e la scienza, Armenia, Milano, 2009).

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