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Credere ai miracoli? Roba da scienziati!

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Da Galilei e Pascal in poi fisici, astronomi e matematici favorevoli all’esistenza del soprannaturale

Un'immagine che era nata presso i teologi e filosofi cristiani medievali, non pochi dei quali possiamo considerare, oggi, antenati della scienza sperimentale stessa. Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, i cui studi sulla luce e la cui ipotesi di un Big Bang ante litteram suscitano il crescente interesse dei fisici (vedi ad es. Nature 507, 161-163, 1 Marzo 2014), definiva il mondo, nel XIII secolo, mundi machina, la macchina del mondo.

Per il vescovo Nicola di Oresme (XIV sec.), uno dei primi a proporre la rotazione terrestre, questa macchina era assimilabile ad un “orologio”. E l'orologio meccanico, inventato dai monaci, diverrà proprio la metafora vincente della fisica classica.

Il premio Noble per la chimica Ilya Prigogine spiega perché il modello della natura per la scienza classica sia stato l'orologio: “Perché l'orologio è diventato quasi immediatamente il simbolo stesso dell'ordine delle cose?….L'orologio è un meccanismo costruito, sottomesso a una razionalità che gli è esterna, governato da un progetto che le sue rotelle realizzano ciecamente. Il mondo-orologio è una metafora che evoca il Dio orologiaio, razionale costruttore di una natura robotica. Parimenti esiste un certo numero di metafore e di valutazioni della scienza classica, del suo obiettivo e dei suoi mezzi che suggerisce che ai suoi inizi si sia stabilita una risonanza tra un discorso teologico e l'attività sperimentale di teoria e misura. Tale risonanza potrebbe avere contribuito ad amplificare e a stabilizzare la pretesa per cui gli scienziati stavano scoprendo il segreto della 'grande macchina dell'universo'” (La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Einaudi, Torino, 1999, op. cit., p. 46).

Dunque, ricapitoliamo: l'idea dei padri della scienza è che vi sia un Creatore intelligente, assimilabile, con una immagine che non vuole essere più che un'immagine, ad un grande Orologiaio, ed una natura creata, quella materiale, paragonabile (non riducibile, se non per Cartesio) ad un orologio. Se trovo un orologio, cioè un meccanismo non intelligente, che funziona secondo regole, per un fine intelligente – questo era il ragionamento – devo presupporre un Orologiaio che ne è la causa; di più: poiché crediamo in un Dio intelligente, si sosteneva, allora dobbiamo ipotizzare che tutto nella natura funzioni secondo regole intelligenti, che, quindi, quando non sono ancora scoperte, vanno trovate.

Se fin qui è chiaro il ragionamento, allora possiamo fare il passaggio successivo: come mai in Copernico, Galilei, Pascal, Boyle, Newton, Stenone, Leibnitz…o troviamo la fede esplicita nei miracoli o non troviamo mai alcuna obiezione alla loro possibilità? Perché, molto semplicemente, costoro ragionano come i teologi medievali: come la ragione di un orologiaio, non è vincolata dall'orologio che ha prodotto, perché potrebbe farne tanti altri, diversi e in diverso modo, analogamente la Ragione di Dio (che non solo produce, ma crea) non è limitata dalle regole che Essa stessa ha posto, dal momento che ne avrebbe potute porre altre ben diverse; come la ragione di un costruttore di macchine non è limitata dalla macchina che produce, perché potrebbe imporle qualsiasi modifica dall'esterno, conoscendone, internamente, tutti i meccanismi, così la Ragione di Dio è libera di interrompere, o superare, le leggi che essa stessa ha posto nell'orologio del mondo.

ROBERT BOYLE E ISAAC NEWTON CONTRO SPINOZA E HUME
Facciamo allora qualche esempio. Robert Boyle (1627-1691) è uno dei padri della chimica e in generale della scienza sperimentale, ed è tra i fondatori della Royal Society inglese. Molto credente, dedica ai miracoli di Cristo varie riflessioni, convinto che il Dio Creatore è un Essere onnipotente, cui obbediscono Cieli e Terra. Boyle afferma di non poter dimostrare, con la ragione umana, il miracolo dei miracoli, la Resurrezione: ma afferma che la ragione non può negarla, perché Dio, creatore onnipotente di questo ordine e di queste leggi, non può essere dalle sue creazioni definito e limitato. “In un mondo in cui le regolarità sono espressione della potenza e del disegno divino e non appartengono alla natura in quanto tale – chiosa Salvatore Ricciaro – le leggi perdono il carattere di necessità per divenire contingenze”.

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