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L’ira, gli incantesimi e il centro dell’universo

© Fabiana / Flickr CC

SIAME - pubblicato il 23/06/15

L'ira entra nella vita di una persona nel momento in cui questa scopre di non essere più capace di pronunciare parole magiche

Quando il bambino inizia a parlare, avverte che ciascuna delle sue parole è capace di mobilitare un esercito. Se dice “latte”, ad esempio, la madre lo abbraccia affettuosamente o corre in cucina per far bollire l'acqua, o manda il marito nel negozio più vicino a comprare ciò che serve. Tutto inizia a muoversi nel momento in cui il bambino apre la bocca; “latte”, in questo caso, è per lui una parola magica. Se dice “papà”, un uomo esce dal bagno ancora insaponato e con un asciugamani allacciato male per fare le boccacce accanto alla sua culla.

Arriva un giorno, però, in cui queste parole non fanno più girare tutti. Dice “cioccolato” e la mamma inizia a rimproverarlo con queste parole o con altre simili:

“Cioccolato? Sei impazzito? In questo momento niente cioccolato!”

È allora che nasce l'ira. Sono finite le parole-talismano, lo stregone ha fallito e i suoi incantesimi non funzionano più. E se pronunciasse il sortilegio con un po' più di forza? È il momento in cui si decide di ricorrere a un altro strumento: la parola aggressiva. Il bambino non si limita più a dire dolcemente “Cioccolato, mamma”, ma grida: “Cioccolato! Voglio il cioccolato!”, per vedere se funziona. Ma non funziona.

Ecco come iniziano le Memorie di un nomade dello scrittore nordamericano Paul Bowles (1910-1999): “Inginocchiato su una sedia… contemplavo gli oggetti della vetrina. A sinistra dell'orologio d'oro c'era una brocca di peltro. Dopo averla fissata per un po', ho pronunciato la parola 'brocca'. 'Brocca', ho ripetuto. E non succedeva niente”. La brocca, ovviamente, non si muoveva. Il bambino che era Paul Bowles stava scoprendo in quel momento una cosa di estrema importanza: che non basta invocare qualcosa per possederlo. Che la sua parola non era potente quanto pensava.

L'ira nasce, quindi, quando la persona scopre che non è più il centro del mondo né l'ombelico dell'universo; che indipendentemente dai suoi desideri il pianeta e gli esseri che lo popolano seguiranno il loro corso, arrangiandosi per vivere.

L'ira è figlia dell'orgoglio? Forse. In ogni caso è figlia anche dell'impotenza. L'uomo irato vorrebbe, come il capo di un potente esercito, restituire l'universo al suo momento più glorioso, ovvero al tempo in cui egli era il centro di tutto. Con parole magiche ha già scoperto che non può, vediamo se ci riesce con ordini militari o colpi di frusta. Anche questa risorsa, però, alla lunga si rivela inutile. Purtroppo, le cose non torneranno mai ad essere come quando era in culla!

Quando vede che neanche gridando succede nulla, l'irato reagisce dicendo: “Oh, non avrei dovuto dire questo!”, ma lo ha già detto, e ha già ferito con le sue parole. Il collerico – e qui non parliamo degli umori ippocratici – è un uomo che vive rimangiandosi la parola, pentendosi dei propri accessi e mettendo cerotti che per quanto possa volerlo non cureranno mai del tutto.

Per Cassiano, l'ira è una malattia terribile che ostacola lo sguardo e avvelena l'anima di chi si abbandona ad essa: “Qualunque sia la causa di questa effervescenza che si radica nella collera – scrive –, la verità è che acceca gli occhi del cuore. È una malattia terribile che ostacola lo sguardo come l'interferenza di una trave che non permette agli occhi di contemplare il sole della giustizia… A volte, l'iracondo non può manifestare né svolgere ciò a cui lo spinge il suo spirito di rivalsa. Volgendo allora contro se stesso il veleno dell'ira, la matura nel suo cuore senza proferire parola. Mordendosi le labbra, si consuma tacitamente dentro” (Istituzioni cenobitiche, VIII, 6.11).

Ah, l'ira! Cosa non si può fare o dire quando ci si trova in suo potere…

Contro l'ira, serve la dolcezza. “Preparate dal mattino la vostra anima a rimanere in pace; fate attenzione durante tutta la giornata a far sì che recuperi questo stato d'animo e vigilate. Se avete un momento di malumore, non vi disperate, umiliatevi in silenzio davanti a Dio e cercate di rimettere il vostro spirito in atteggiamento di pace e dolcezza. E tutte le volte che cadete fate lo stesso”, insegnava il grande San Francesco di Sales (1567-1622) nei suoi libri, nelle sue lettere e ogni volta che ne aveva l'occasione. Anche se l'ira è un peccato, voleva dire, come ogni peccato ha anche il perdono. Meno male…

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
irastile di vita
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