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5 virtù deboli che rendono grande la gente

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Stimolare la nostra bontà, ecco cosa ci manca...

Jackeline Yagual

Di recente David Brooks, famoso articolista per il New York Times, docente della Yale University ed ebreo, ha scritto che pur avendo raggiunto molti degli obiettivi che si era prefissato nella vita con un certo livello di successo mondiale ha capito che mancava ancora qualcosa.

Cosa glielo ha fatto capire? Brooks afferma:

Circa una volta al mese mi imbatto in una persona che irradia una luce interiore. Queste persone si possono trovare in qualsiasi situazione. Sembrano profondamente buone. Ascoltano bene. Ti fanno sentire divertente e valorizzato. Spesso le vedi mentre si occupano di altre persone, e mentre lo fanno la loro risata è musicale e i loro modi pieni di gratitudine. Non pensano a quale splendido lavoro stanno svolgendo. Non pensano affatto a se stessi.
Quando incontro una persona di questo tipo, mi illumina tutta la giornata, ma confesso che spesso ho un pensiero più triste: che ho raggiunto un livello dignitoso di successo nella carriera ma non ho raggiunto quello. Non ho raggiunto quella generosità di spirito, o quella profondità di carattere”.

Brooks non usa la parola “santo”, ma il tipo di persona che descrive condivide molto con quella che potremmo definire una persona “santa” (cercherò di spiegare qualche distinzione nel corso di questo post). Un giorno ha capito che voleva essere un po’ più come loro.

Ho capito che se volevo fare quello dovevo lavorare più sodo per salvare la mia anima. Dovevo vivere il tipo di avventure morali che producono quel tipo di bontà. Dovevo migliorare nell’equilibrare la mia vita”.

Ecco allora la domanda importante: come riuscirci?

Mi è venuto in mente che c’erano due tipi di virtù, le virtù riassunte e le virtù di elogio. Le virtù riassunte sono le capacità che si portano sul mercato. Le virtù di elogio sono quelle di cui si parla al tuo funerale – se eri gentile, onesto o fedele. Sei stato capace di amore profondo?

Oggi vorremmo condividere la lista di “virtù di elogio” di Brooks esaminando dove si armonizzano con la fede cristiana e dove mancano. Come cattolici, capiamo che la nostra vita ha significato solo se la viviamo in base al progetto di Dio. L’unico modo per raggiungere la vera felicità è mettere al centro Dio, non noi stessi. Vivere per raggiungere le cose puramente esteriori significa che si permette agli anni di passare senza esplorare le parti più profonde di noi stessi.
 

1. Il cambiamento dell’umiltà


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Viviamo nella cultura del Grande Me. La meritocrazia vuole che tu promuova te stesso. I social media vogliono che tu diffonda i momenti salienti della tua vita. I tuoi genitori e i tuoi insegnanti ti hanno sempre detto quanto fossi fantastico.
Ma tutte le persone che ho ammirato profondamente sono estremamente oneste circa la loro debolezza. Hanno identificato il loro peccato fondamentale, sia esso egoismo, disperato bisogno di approvazione, codardia, durezza di cuore o qualsiasi altra cosa. Hanno visto come quell’aspetto fondamentale porti al comportamento che li fa vergognare. Hanno raggiunto una profonda umiltà, che è stata definita al meglio come un intensa consapevolezza di sé da una posizione di centralità sugli altri”.

Non potremmo essere più d’accordo. Se molti criticano la visione cattolica dell’umiltà e la costante enfasi sul miglioramento di sé, la storia rivela che le persone più consapevoli e più disposte ad accettare le proprie mancanze (in un modo salutare) sapevano dove trovare l’aiuto di cui avevano bisogno per fare davvero cose grandi. San Paolo lo dice bene nella Lettera ai Filippesi (3, 13): “Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro

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