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Il rapporto tra cibo, cultura e religione

© Godong
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La sacralità del pane e del riso, il digiuno, i tabù alimentari, le feste religiose

Si sa che “non di solo pane vive l’uomo”, ma fino a che punto, al contrario, l’alimentazione è espressione della cultura di un popolo e in quale misura è determinata dal suo credo religioso? E’ l’affascinante ambito esplorato dalla storica delle religioni Mariachiara Giorda e dall’antropologa e giornalista Sara Hejazi nel libro “Nutrire l’anima. Religioni in cucina” pubblicato da Effatà Editrice. Attraverso alcune ricette legate a tradizioni religiose e culturali, le curatrici del volume sviluppano alcuni temi legati al nesso cibo/religioni che non smette di avere rilievo nelle società contemporanee nonostante secolarizzazione e globalizzazione. La sempre maggiore diffusione della cucina etnica, tra l’altro, porta a interrogarsi sulle identità alimentari e sull’effetto degli scambi tra culture, in modo utile a ricordare, come viene sottolineato nella prefazione, che “il cibo non nutre soltanto il corpo, ma anche o forse prima di tutto l’anima”.
 
***
 
Mangiare come rito: il pane e il vino
Che il cibo sia indispensabile alla nostra sopravvivenza è cosa ovvia, mentre non è così scontato il fatto che da esso dipenda anche la nostra sopravvivenza psichica e culturale. Eppure, se si provasse a ripercorrere le fasi dell’esistenza più significative di ciascuno, si comprenderebbe come il ruolo del cibo sia simbolo essenziale attraverso cui l’identità collettiva e individuale viene espressa.
 
È usanza comune ripetere che quando si mangia si lotta con la morte. L’affermazione può essere giustificata in molteplici modi: chi non si nutre è condannato a morire di fame, i cibi possono essere avvelenati e risultare dannosi o, ancora, assaggiare ciò che non si conosce potrebbe comportare l’assunzione di quanto vietato ed interdetto. L’atto di pregare prima del consumo di un pasto si costituisce quale ringraziamento per la presenza di cibo e dunque come riflessione sulla vita e sulla morte. Tale continuo altalenare tra le dimensioni dell’esistente e del non esistente non può che richiamare la dimensione del sacro e sottolineare come il cibo e l’atto di cibarsi in genere siano ad essa intimamente ed intrinsecamente connessi.
 
Nel linguaggio di Omero e dei greci antichi, i mangiatori di pane sono gli uomini; nel Poema di Gilgamesh la civilizzazione dell’uomo viene fatta coincidere con il momento in cui egli non si limita a consumare i prodotti esistenti in natura, ma attraverso complesse pratiche ne costruisce di nuovi, in particolare impara a produrre il pane e il vino, dei quali peraltro viene a conoscenza attraverso una donna che gliene fa dono.
 
Il pane, così come il vino, e dunque l’atto di mangiare così come l’atto di bere, non sono gesti meramente naturali. Al contrario, tali cibi sono i risultati di lunghi e complicati processi tecnologici che permettono all’uomo di controllare e governare i segreti della natura e di costruire su di essi raffinate strutture di significato culturale e religioso. La quoti- dianità offre continue e ripetute conferme di tale simbologia, spesso non così immediata.
 
Chi prepara il pane in casa è abituato a concludere l’opera, disegnando sul pane, prima che sia cotto, due segni perpendicolari che lo attraversano per tutta la sua circonferenza a formare una croce. Questo intervento risponde di fatto ad un’esigenza concreta: far sì che il pane sia ben cotto anche nelle sue parti più interne. Tale operazione consente al calore di penetrare meglio e più a fondo, permettendo così una cottura più omogenea.
 
In ambiente cristiano, la disponibilità di pane è stata spesso associata a una forma di benedizione e peraltro si costituisce quale simbolo cristiano per eccellenza, considerato che è il cibo che sancisce l’alleanza fra Dio e gli uomini. La croce disegnata sul pane si richiama direttamente a tale simbologia e sancisce con forza la sacralità dell’atto di cucinare.
 
(…)
 
Il vino rappresenta una sostanza che in qualche modo divide con decisione il mondo islamico da quello ebraico e cristiano. Il vino rientra nella ritualità e nei cerimoniali delle tradizioni cristiane ed ebraiche, mentre ne è limitato il consumo in ambito islamico. Poiché, infatti, Allah invita all’equilibrio, il vino, se non esplicitamente vietato, è da consumarsi con moderazione. Tale sostanza potrebbe, se consumata in grandi quantità, allontanare il fedele dal suo rapporto con Dio: per questo motivo è escluso da qualsiasi cerimoniale e la possibilità per un musulmano di berne è direttamente connessa con l’assenza di festività e ricorrenze rituali.
 
Relativamente alla storia della sacralizzazione del vino, si deve precisare che già prima della fine del IV millennio a.C. il vino era ampiamente usato nei sacrifici e nelle libagioni durante i pasti e sia in Mesopotamia che in Egitto esistevano delle divinità associate alla vite e al vino. Se è vero che la religione ebraica si è imposta sulle altre per la novità monotei- stica e per la proscrizione degli idoli, è altrettanto vero che malgrado quelle proibizioni, fin dall’inizio numerosi rituali ebraici riflettono una serie di temi simbolici connessi con il vino e con la vite. Anche in ambiente ebraico l’abitudine a bere in eccesso è variamente sanzionata (Pr 20,1 e 23,29-32): ciò detto, non tutto il simbolismo relativo al vino ha un’acce- zione assolutamente negativa. A questo proposito, nel Salmo 104,15 si parla del «vino che allieta il cuore dell’uomo».
 
 
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