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A cosa serve la penitenza dopo la Riconciliazione?

UK Catholic/Marcin Mazur

don Antonio Rizzolo - Credere - pubblicato il 11/06/15

Perché alcuni sacerdoti propongono un impegno pratico?

Quando mi confesso, a volte il confessore mi propone come penitenza un piccolo gesto di riconciliazione o un impegno pratico. Più spesso mi dice di recitare una preghiera tradizionale o di pregare per qualche persona. Non di rado capita che non mi venga assegnato nulla. Ma qual è il senso della “penitenza” dopo la Riconciliazione?
Pietro R. – Mantova

Nei primi secoli, chi aveva commesso peccati molto gravi doveva fare pubblica penitenza prima di ricevere la riconciliazione. Nel VII secolo, i missionari irlandesi portarono nel continente la pratica “privata” della penitenza: il sacramento ha cominciato a svolgersi in maniera più segreta tra sacerdote e penitente e ad essere vissuto più di frequente e man mano la penitenza finì per non precedere più l'assoluzione. Il suo significato, oggi, è manifestare la conversione e il desiderio di tornare a una vita cristiana autentica, più unita a Cristo, offrendo anche una “riparazione” alle conseguenze dei peccati commessi. Si capiscono così le indicazioni che si trovano nel Rito della Penitenza e perché il sacerdote faccia male a non assegnarla per niente: “Se il penitente si fosse reso responsabile di danni, o avesse dato motivo di scandalo, il confessore gli ricordi il dovere di una congrua riparazione. Quindi il sacerdote impone al penitente la soddisfazione; soddisfazione che sia non solo un'espiazione delle colpe commesse, ma anche un aiuto per iniziare una vita nuova, e un rimedio all'infermità del peccato; la soddisfazione deve quindi corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati accusati e può opportunamente concretarsi nella preghiera, nel rinnegamento di sé, e soprattutto nel servizio del prossimo e nelle opere di misericordia” (n. 18).

Tags:
confessionepenitenza
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