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Un aiuto per quando oscilliamo tra il credere e l’incredulità

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Toscana Oggi - pubblicato il 08/06/15

Un lettore esprime le sue tensioni interiori riguardo alla fede

Il cardinale Carlo Maria Martini soleva dire che dentro di noi ci sono due esseri; uno che crede e uno che non crede. Ebbene anch’io li sento e quando prevale il non credente penso con rammarico a Gesù e lo vedo come una vittima della violenza umana e dell’indifferenza divina. Penso inoltre che Dio non sia onnipotente ma prigioniero della regola di vita, crescita e morte da lui stesso voluta. Si dice che tutto si è rotto per quel famoso peccato originale che grava sulle spalle innocenti di ogni creatura, ma quel Dio che si dice ami e soffra per quest’uomo da Lui creato non lo ha né amato né perdonato nel suo primo peccato… Poi ritorno al mio Signore e dico «Signore, non capisco» e imploro come il padre dell’indemoniato: «Signore, aiutami nella mia incredulità».
Lettera firmata

Non so in quali contesti Martini dicesse la frase su riportata, ma certamente lo faceva in modo simbolico come quando si dice che dentro di noi si agitano due anime, quella buona e quella cattiva. Diversamente la frase di Martini vorrebbe dire che siamo dei soggetti schizofrenici, e a questo punto sarebbe inutile stare a parlare. L’uomo è un soggetto unico, con una sola anima, con un solo io, anche se poi tale io si atteggia a sentimenti, emozioni, pensieri, certezze contrastanti. E questo contrasto è dovuto non a due anime, ma all’ignoranza nativa che poi ci spinge alla ricerca del senso della vita, della nostra esistenza e del ruolo che in questo mondo dobbiamo determinare. Infatti, nella ricerca il dubbio e la certezza, l’oscurità e la visione chiara, si combattono sempre dentro di noi a fronte delle esperienze che si vivono e dei ragionamenti che si evolvono nel pensiero.

Quindi lascerei perdere il detto di Martini e tornerei a indagare questi contrasti che albergano il nostro pensiero e il nostro cuore.

Sono d’accordo con il lettore quando dice che a fronte delle cose come si vedono, così come materialmente ci accadono davanti agli occhi, possano sorgere molti dubbi rispetto a quanto la nostra fede ci fa credere. Un Dio, che è Padre, anzi di più: che è «abbà=babbo» e che dice di amarci al punto da dare la vita per noi, e di fatto ci lascia marcire nei dolori, nel peccato, nel buio e nonsenso della vita personale… vista così è un comportamento incomprensibile. Una mamma che vedesse il figlio nel fango della vita ci si butterebbe dentro per tirarlo fuori, ma ai nostri occhi sembra che Dio se ne stia tranquillo e sereno per i suoi spazi infiniti e ci lascia annaspare nei dolori dell’esistenza. Che pensare?

Quando vediamo scritto davanti all’auto del 118: AZNALUBMA, possiamo pensare che sia un’auto straniera o che un ignorantone, che non sa l’italiano, abbia sbagliato. Ma poi se, andando via, si guarda nello specchietto si legge distintamente: AMBULANZA. Allora ci diciamo che quella scritta e in quel modo andava bene, voluta per qualche altro motivo. Perciò o abbandoniamo la fede e i suoi contenuti di fronte alla forza dei fatti materiali, oppure dobbiamo interpretare gli stessi fatti da diversa angolazione. Qual è questa angolazione?

La Bibbia e Gesù ci offrono un’alternativa di comprensione dei fatti come si vivono. Genesi ci dice che Dio aveva messo in guardia Adamo e Eva dal mangiare dell’albero: altrimenti sarebbero morti. La morte, come dice Gesù nella parabola dei tralci e della vite, è il venire meno della comunione con Dio principio e fonte della vita e del bene. La cacciata dal paradiso è l’ingresso nella storia come ora la viviamo. Dunque l’uomo si è autogettato nel fango della nostra storia, si è autocreato questo tipo si mondo e di esistenza che ora viviamo, si è autodistrutto perché ha reciso se stesso dalla fonte, dalla linfa, dalla sorgente del bene e della vita che era Dio. Si è, anzi, ci siamo ritrovati in un mondo di dolore, di male, di odio, cioè di morte.

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Tags:
fede
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