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Il film “Fury”? Un racconto di formazione

© Lucky Red
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Eroismo e umanità del nemico nel nuovo film con Brad Pitt ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale

di Emilio Ranzato

Nel 1945, a guerra quasi finita, un plotone americano guidato dal sergente Collier (Brad Pitt) è impegnato in una missione nel cuore della Germania nazista, ormai al tramonto ma non del tutto rassegnata. Nonostante l’esperienza del militare, gli uomini al suo servizio sono tutt’altro che preparati e professionali, a partire dal mitragliere Ellison (Logan Lerman), inizialmente arruolato come dattilografo e refrattario a qualsiasi ordine. Questa missione di pochi giorni sarà un indimenticabile viaggio all’inferno e ritorno soprattutto per lui. Anche perché il plotone si ritroverà presto isolato contro il redivivo esercito nemico.
Brad Pitt in una scena del film
Il regista David Ayer, già autore di Harsh times (I giorni dell’odio) del 2005 e sceneggiatore di Training day, del 2001, firma un altro film in stimolante bilico fra esigenze commerciali e pretese d’autore. Infatti a dispetto di un soggetto che rischia di assomigliare a quello del ridicolo peplum 300, l’eroismo è soltanto uno dei tanti ingredienti che la sorprendente sceneggiatura scritta dallo stesso regista riesce a tenere insieme con grande equilibrio e credibilità, senza cioè dare l’impressione del cocktail preparato a tavolino. 

Se si sceglie di raccontare la guerra contro i nazisti, è perché si vuole mostrare un conflitto il più possibile necessario e in qualche modo inevitabile. Ma Ayer intelligentemente non si concentra mai sulla caratterizzazione dei soldati tedeschi, lasciando dunque l’immagine del nemico come qualcosa di astratto, e non entra neanche troppo nei dettagli della missione, favorendo così l’interiorizzazione della vicenda da parte dei personaggi e in particolare di quello che è il vero protagonista del film, l’ingenua recluta Ellison, coinvolto in un racconto di formazione tanto veloce quanto traumatico attraverso una guerra che finisce per rappresentare tutti gli orrori della storia.
 

E così fra molte scene d’azione coinvolgenti ma un po’ fracassone — e con un pesante effetto visivo della scia dei proiettili traccianti che ricorda il laser delle spade di Star wars, in un film in cui al contrario prevalgono sfumature plumbee e antispettacolari — Ayer si ritaglia sequenze intimiste fatte di mezzi toni. Come quella, davvero notevole, in cui il plotone si ferma a casa di una donna tedesca e di sua nipote dopo aver fatto una rapida perlustrazione. In meno di mezz’ora il regista condensa tutti i contraddittori e febbrili stati d’animo che attraversano la quotidianità durante la guerra: la violenza convive con un inaspettato ma comprensibile romanticismo, l’odio con la voglia di riconciliazione, gli istinti più bassi con uno spirituale desiderio di requie.

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