Ricevi Aleteia tutti i giorni

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Il prete che predica con la chitarra

© Credere
Condividi

"Mi piace pensare che sono formica e cicala..."

di Giuseppe Gazzola

«Mi piace pensare che sono formica e cicala: adoro il lavoro che faccio e mi piace cantare». Don Stefano Colombo, di “lavoro”, fa il prete. Ama cantare, da quando era piccolo, e scrive canzoni di fede: nel 2014 ha pubblicato Un po’ della mia fede, la sua quinta raccolta; nelle prossime settimane il suo canto Noi tutti a tavola uniti a te (ispirato ai temi proposti dalla Chiesa all’Expo) animerà la preghiera dei ragazzi degli oratori estivi lombardi. Spesso lo chiamano a proporre la sua musica nelle parrocchie, nei raduni dei giovani, agli incontri delle famiglie. Proprio come avrebbe voluto sant’Agostino, don Stefano prova a camminare nella fede cantando, «intonando le parole con la vita». Gli abbiamo chiesto di raccontare anche a noi come ci riesce.

Cantare aggiunge qualcosa al tuo annuncio di sacerdote?
«Dentro una canzone di fede c’è la corporeità di un pensiero, la forza coinvolgente dei sentimenti e delle emozioni. A volte bastano due parole e cinque note per comunicare l’infinito. Il primo canto che ho scritto si intitola Fortuna ci sei tu. Per alcuni la parola “fortuna” potrebbe esprimere una sorta di superstizione non religiosa. Invece quella parola è molto densa e appartiene alla vita di tanti credenti: “Fragile, la nostra gioia è fragile, dura soltanto un attimo, fortuna ci sei tu”».
 

A proposito di sintesi, in una canzone lei parla del «Dio degli stracci». Che significa?
«Queste parole vengono da una splendida preghiera di Luigi Serenthà (rettore del seminario milanese negli anni del cardinale Martini, ndr): “Gesù ha costruito la sua vita di ogni giorno raccogliendo con cura meticolosa, con paziente amore, tutto quello che noi scartiamo: gli stracci delle nostre povertà, le piaghe del nostro dolore, i pesi che non sappiamo portare”. Proprio con questa canzone, Tu sei, ho vinto nel 2000 un concorso nazionale di musica religiosa, Il Re dei versi».
 

Pensa che questo Dio possa ancora affascinare le persone nel nostro mondo complicato?
«Anche noi credenti, come tanti, finiamo spesso per ispirarci a modelli che riteniamo vincenti. E magari, per vincere le nostre sfide, scateniamo un’aspra lotta contro tutti e anche contro noi stessi. Poi, però, facciamo fatica a piacerci. Vale per un adolescente e per una giovane mamma, per un anziano ma anche per un sacerdote. E allora non è affascinante che Dio invece provi un’immensa stima nei confronti di ciascuno di noi, esattamente come siamo, compreso ciò che scarteremmo?».

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni