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Spine dorsali di comunità devastate

Jamie Martin/World Bank

L'Osservatore Romano - pubblicato il 31/05/15

Al seminario internazionale "La Chiesa di fronte alla condizione delle donne oggi"

«Il corpo femminile è il campo di battaglia del ventunesimo secolo». È la dura denuncia di Clotilde Bikafuluka, suora congolese che lavora con il medico Denis Mukwege contro la barbarie dello stupro collettivo come arma di guerra e coordina la fondazione Padre Simone Vavassori (Fps) a sostegno delle vittime. La sua testimonianza ha avviato venerdì 29 la prima giornata del seminario internazionale sul tema «La Chiesa di fronte alla condizione delle donne oggi» organizzato da «donne chiesa mondo», mensile dell’Osservatore Romano, nella Casina Pio IV in Vaticano. I lavori, che si concludono domenica 31 con la messa celebrata dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, sono stati incentrati nella sessione d’apertura, presieduta da Catherine Aubin, sul tema della violenza (famiglia e identità femminile gli altri argomenti trattati): i lavori hanno tracciato un quadro davvero allarmante, pur non rinunciando a letture di fede e speranza. 
Pablo Picasso, «Testa di donna» (1901)
Nella Repubblica Democratica del Congo, oltre centomila donne sono state violate negli ultimi cinque anni a causa della guerra. Donne, ha raccontato suor Clotilde mentre le loro immagini colpivano l’uditorio come uno schiaffo, che spesso muoiono per la brutalità dell’abuso, che vengono ripudiate dai mariti, che partoriscono i figli dei loro carnefici. Donne perse, di ogni età, che trovano aiuto solo nella Chiesa e nelle associazioni caritative. Altrettanto sconvolgente l’intervento di Yudith Pereira Rico, suora spagnola di Gesù-Maria, missionaria per 17 anni in Africa Occidentale e oggi responsabile dell’ufficio internazionale di Solidarity with South Sudan, progetto nato come risposta di diverse congregazioni religiose al grido d’aiuto dei vescovi locali.

Anche in Sud Sudan, teatro dal 2013 di una guerra tribale «prossima al genocidio», si colpiscono sempre più brutalmente le donne per punire gli uomini che, a loro volta, le considerano proprietà di valore inferiore al bestiame. Ciò che più sgomenta, tuttavia, è un dato che prescinde dagli orrori del conflitto: il rischio più grande la donna lo corre nella sua stessa casa. Il 40 per cento di madri e figlie sudanesi sono infatti vittime di violenza domestica e a ciò si aggiungano i matrimoni precocissimi, le gravidanze forzate, l’elevatissimo tasso di Hiv/Aids, l’analfabetismo femminile all’80 per cento. Eppure, spiega suor Yudith, una speranza latente di cambiamento resiste. C’è la Chiesa locale che lavora instancabilmente e ci sono loro, le donne, spine dorsali di comunità devastate, capaci di supportarsi a vicenda e di rivendicare con forza la pace. Anyeth D’Awol, attivista sudanese, le definisce «eroine di una canzone che non è mai stata cantata», centrando così il punto di quello che Lucetta Scaraffia, coordinatrice di «donne chiesa mondo» e del comitato internazionale promotore del convegno, definisce «un progetto ambizioso»: le donne sono al cuore dei più gravi problemi della società contemporanea e sono loro che possono risolverli, purché si cominci finalmente ad ascoltarle. È questa la direzione seguita dal mensile femminile vaticano che come ha ricordato il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, nei saluti iniziali portati insieme al vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, ha già alle spalle tre anni di vita intensa. Il suo primo numero, uscito nel maggio 2012, fu dedicato all’espressione più alta dell’aiuto reciproco fra donne: l’abbraccio tra Maria ed Elisabetta. La splendida raffigurazione di questo incontro creata allora per il giornale dall’artista Isabella Ducrot, viene oggi riproposta come immagine simbolo del convegno la cui chiusura cade proprio nel giorno della Visitazione. 

Gesù fu il primo femminista della storia, ha ricordato Scaraffia, e Marie Leonel, citata da Giulia Galeotti a chiusura del suo intervento sulla storia dell’aborto, affermò già nel 1931 che non solo si può essere femministe benché cattoliche, ma femministe perché cattoliche. La questione dell’aborto, ha spiegato Galeotti, coordinatrice del servizio culturale dell’Osservatore Romano e curatrice di «donne chiesa mondo», è una questione di esclusiva pertinenza femminile sino alla Rivoluzione francese, dal momento che il sentire comune, a digiuno di nozioni scientifiche, percepisce il feto non come un’entità autonoma, ma come un’appendice della madre. 

Le cose cambiano quando il microscopio prima e strumenti sempre più sofisticati poi, mostrano il feto, ma soprattutto quando la forza degli Stati inizia a dipendere dal numero di cittadini che lavorano, combattono e pagano le tasse, fino a trasformare la maternità in una forma di patriottismo.

Lo scenario muta nuovamente con la rivoluzione dei costumi seguita al secondo conflitto mondiale e con l’invenzione della pillola contraccettiva che mette per la prima volta la donna nella condizione di trasformare la gravidanza da destino in libera scelta, rivendicando non solo la fine di un asservimento secolare al genere maschile, ma anche l’aborto come diritto civile. Gli errori e gli eccessi del femminismo, «tappa fondamentale sulla strada dell’emancipazione» sono stati da tempo riconosciuti da alcune delle sue più autorevoli esponenti e l’atteggiamento che la Chiesa ha sempre riservato alla questione, preoccupandosi in controtendenza del feto come essere a sé dotato di un’anima sin dal concepimento, offre una chiave di lettura più attuale che mai. Sullo stesso tema è intervenuta Caroline Roux, giornalista francese che da oltre vent’anni, nell’ambito di Alliance Vita, assiste le donne che hanno vissuto l’aborto. Dopo aver sottolineato l’importanza di distinguere la situazione dei Paesi in via di sviluppo dai contesti socio-culturali del nord del mondo, Roux ha tracciato l’allarmante quadro di realtà come la Francia che faticano sempre più ad accettare un figlio non programmato e ricorrono all’aborto come contraccettivo.

Un trauma sottovalutato prima e quasi sempre avvertito in profondità dopo. L’aborto inoltre è spesso frutto di una pressione da parte degli uomini che non vogliono la paternità e obbligano o inducono la compagna a una decisione di cui non è convinta. Sconvolgenti inoltre i dati sugli aborti selettivi. L’Europa si è indignata per il “gendercidio” messo in atto in India e in Cina, «ma dovremmo scandalizzarci per quello che accade in Francia dove il 96 per cento dei feti diagnosticati trisomici vengono abortiti». Si tratta di un doloroso paradosso che riemerge, seppur in altri termini, nei dati presentati da Mireille Guigaz, esperta francese di salute pubblica e sviluppo internazionale, che ha lavorato con diverse agenzie delle Nazioni Unite. Incentrato anch’esso sui Paesi occidentali, l’intervento di Guigaz ha messo in luce come la violenza sulle donne non sia affatto solo un flagello del sud del mondo. Nei contesti di guerra e povertà estrema come quelli africani raggiunge una dimensione mostruosa, ma anche in Europa può a ragione definirsi una pandemia. Ciò che colpisce è il silenzio sui crimini commessi per lo più all’interno delle mura domestiche e l’illusione diffusa che il problema non sia così esteso. 

Al termine della prima giornata di lavori, le relatrici e i relatori sono stati ricevuti all’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. All’incontro ha partecipato anche il cardinale segretario di Stato, che si è intrattenuto a lungo a parlare personalmente con i presenti manifestando vivo interesse e grande apprezzamento per l’iniziativa. L’ambasciatore Eduardo Gutiérrez Sáenz De Buruaga, nel discorso di benvenuto al segretario di Stato, ha parlato delle fruttuose relazioni tra l’ambasciata e L’Osservatore Romano, ricordando che proprio nell’ambasciata di Spagna lo scorso 24 marzo è stata presentata la pubblicazione in spagnolo di «donne chiesa mondo» con la rivista «Vida Nueva».

QUI L'ORIGINALE

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donne nella chiesa
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