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Quando Ratzinger non era sicuro di voler diventare vescovo…

Edizioni San Paolo - pubblicato il 28/05/15

"Interiormente continuavo a essere titubante che arrivai quasi esausto al giorno della consacrazione"

Il 24 luglio 1976, quando fu trasmessa la notizia della morte improvvisa dell'arcivescovo di Monaco, cardinale Julius Dòpfner, fummo tutti sconvolti. Presto giunsero voci che mi indicavano tra i candidati per la successione. Non potevo prenderle molto sul serio, dato che i limiti della mia salute erano altrettanto noti come la mia estraneità a compiti di governo e di amministrazione; mi sentivo chiamato a una vita di studioso e non avevo mai avuto in mente niente di diverso. Anche le mansioni accademiche che ricoprivo – ero nuovamente decano della mia facoltà e vicerettore dell'università – restavano comunque nell'ambito delle funzioni che un professore deve mettere in conto ed erano ben distanti dalla re-sponsabilità di un vescovo.

Non pensai quindi a niente di pericoloso, quando il nunzio Del Mestri, con un pretesto, mi fece visita a Ratisbona, chiacchierò con me del più e del meno e, alla fine, mi mise tra le mani una lettera che dovevo leggere a casa, pensandoci sopra. Essa conteneva la mia nomina ad arcivescovo di Monaco e Frisinga.

Fu per me una decisione immensamente difficile. Mi era concesso di consultare il mio confessore. Ne parlai con il professor Auer, che conosceva molto realisticamente i miei limiti – teologici e umani. Mi aspettavo che egli mi sconsigliasse. Ma, con mia grande sorpresa, mi disse, senza pensarci su molto: «Devi accettare».

Così, dopo aver ancora una volta esposto i miei dubbi al nunzio, sotto i suoi occhi, sulla carta da lettera dell'albergo dove era alloggiato, scrissi la dichiarazione con cui assentivo alla mia nomina. Le settimane fino alla consacrazione furono difficili. Interiormente continuavo a essere titubante e, oltre a ciò, c'era un tale carico di lavoro da sbrigare, che arrivai quasi esausto al giorno della consacrazione.

Quel giorno fu straordinariamente bello. Era una raggiante giornata d'inizio estate, alla vigilia di Pentecoste del 1977. La cattedrale di Monaco, che dopo la ricostruzione seguita alla seconda guerra mondiale dava un'impressione di sobrietà, era magnificamente adornata trasmettendo un'atmosfera di gioia, che coinvolgeva in maniera davvero irresistibile. Ho sperimentato la realtà del sacramento – che qui accade davvero qualcosa di reale. Poi, la preghiera davanti alla Colonna della Vergine Maria – la Mariensäule – nel cuore della capitale bavarese, l'incontro con le molte persone che accoglievano il nuovo venuto, a loro sconosciuto, con una cordialità e una gioia, che non riguardavano tanto me, ma che mi mostravano ancora una volta che cosa è il sacramento.

Salutavano il vescovo, colui che porta il mistero di Cristo, anche se forse la maggior parte dei presenti non ne era consapevole. Ma la gioia di quel giorno era appunto qualcosa di realmente diverso dal consenso a una determinata persona, che, anzi, doveva ancora mostrare la propria capacità. Era la gioia di vedere nuovamente presente quel ministero, quel servizio, in una persona, che non agisce e vive per se stessa, ma per Lui e, dunque, per tutti.

Con la consacrazione episcopale comincia nel cammino della mia vita il presente. Il presente, difatti, non è una determinata data, ma l'adesso di una vita, che può essere lungo o breve. Per me quello che è cominciato con l'imposizione delle mani durante la consacrazione episcopale nella cattedrale di Monaco è ancora l'adesso della mia vita. Per questo non posso descriverlo come un ricordo, ma, appunto, posso solo tentare di adempiere bene questo adesso.

[Tratto dal volume Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, "La mia vita" (Edizioni San Paolo)]

Tags:
papa benedetto xvi

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