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Per questo i cristiani non devono temere il dialogo interreligioso

Surian Soosay
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Tacciare di “buonismo” la prospettiva dialogica vuol dire non considerare il mistero cristiano

Il dialogo auspicato in tanti contesti e ambiti, religiosi e civili, è visto come una pratica importante per il vivere in una società caratterizzata dal pluralismo culturale e religioso. A partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa Cattolica ha fatto del dialogo un elemento fondamentale della sua missione nel mondo contemporaneo, non solo a livello istituzionale ma anche per la prassi ordinaria dei suoi membri, clero e laici. Nonostante ciò, è sorprendente come ancora alcuni cristiani a diversi livelli e ruoli lo vedano con un certo sospetto, come fosse una forma di ingenuità e di debolezza della fede che comprometterebbe la stessa identità cristiana. Qualcuno, infatti, temendo che il dialogo interreligioso possa sostituirsi all’annuncio cristiano o indebolirne la sua forza, conducendo ad un sincretismo e ad un indifferentismo religioso, ritiene che forse ci si è spinti troppo in avanti e che si dovrebbe ridimensionarne la portata.

Inoltre nell’attuale momento storico, le preoccupazioni per i flussi migratori in Italia e per il fondamentalismo islamico risvegliano sentimenti di rivendicazione identitaria più o meno aspri ed incrementano l’allontanamento di molti cristiani, e dei cosiddetti ‘atei devoti’, dalle linee sul tema espresse del magistero conciliare e post-conciliare che invece pongono continuamente al centro l’attenzione all’ ‘altro’.

A mio parere le ragioni di un tale atteggiamento di sospetto per il dialogo sono più profonde e alcune delle quali sono da ricondurre soprattutto a carenze formative nell’ambito teologico-missionario e del dialogo della base e talvolta anche della leadership, e/o dalla disinformazione mediatica che spesso alimenta una ‘public opinion’ costruita su stereotipi e pregiudizi. La contingenza tutta occidentale di ‘confinare’ il dialogo interreligioso esclusivamente all’ambito dei rapporti islamo-cristiani, mette in ombra le numerose esperienze di dialogo con altre tradizioni religiose che forse andrebbero considerate con più attenzione per lo sviluppo di una teologia del dialogo e per un servizio migliore anche allo stesso dialogo islamo-cristiano. 

Forse la crisi qui nasce da una realtà ecclesiale poco abituata a confrontarsi sui temi della missione e del dialogo interreligioso, delegando il compito agli specialisti e ai missionari. Si è abituati ad intendere il dialogo in termini di dialettica o di polemica, di conversazione, di confronto tra pretese di ‘possesso’ di verità, in particolar modo nell’ambito dei monoteismi. Alcune reazioni assumono esse stesse toni ‘fondamentalisti’. E sono proprio quei toni fondamentalisti che ostacolano il vero dialogo, che anzi prende sul serio i ‘fondamenti’ delle fedi di tutti.

Il dialogo interreligioso è invece un cammino verso la verità, nell’incontro con una persona di un’altra tradizione: è un pellegrinaggio alle sorgenti della propria fede e della fede dell’altro. Il dialogo è possibile se insieme si favorisce un incontro esistenziale profondo; e qui assume anche il carattere di evento che può cambiare la vita delle persone e trasformarsi in ‘miracolo’.

Dal punto di vista teologico possiamo scoprire il ‘principio dialogico’ in Dio stesso. La natura di Dio è dialogica: Dio è Parola, parola che si incarna per incontrare tutti gli uomini di ogni tempo. In questo modo lo spirito del dialogo, che caratterizza la vita della Chiesa stessa, si vive non solo quando si è in una situazione di pace ma anche quando vi sono problemi e tensioni. E’ significativo che Papa Francesco ne abbia risottolineato l’importanza in Evangelii Gaudium (nn. 250-254).

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