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Cosa manca a Vito Mancuso per essere un teologo cattolico?

© Flickr/Daniele Devoti/Creative Commons

Unione Cristiani Cattolici Razionali - pubblicato il 26/05/15

L’obiezione del teologo di Carate Brianza è molto debole: mentre i padri della Chiesa (partendo già dall’apostolo San Paolo) non hanno dato applicazione letterale alle immagini violente della Bibbia, mentre hanno progressivamente abbandonato un giudizio negativo sulla donna frutto della mentalità dell’antichità (extracristiana), non hanno invece mai attenuato la forte condanna dell’Antico Testamento verso i comportamenti omosessuali. C’è dunque un giudizio negativo continuo ed ininterrotto nella storia della Chiesa sull’omosessualità e non sarà certo il teologo di Repubblica ad interromperlo. Tanto meno va preso sul serio quando si erge a giudice universale su ciò che andrebbe superato o meno degli scritti biblici. Per quanto riguarda invece l’obiezione rispetto alla non menzione di Gesù, invece, ricordiamo che il Messia non parlò mai nemmeno contro poligamia e incesto, non condannò mai la schiavitù, la massoneria o l’uccisione deliberata degli animali ecc. Questo ovviamente non comporta che i cattolici debbano mettere in pratica questi comportamenti.

Passando al secondo argomento contro cui cerca di opporsi, ha affermato: «c’è un imprescindibile dato naturale che si impone alla coscienza al punto da diventare legge, legge naturale, il quale mostra che il maschio cerca la femmina e la femmina cerca il maschio, sicché ogni altra ricerca di affettività è da considerarsi innaturale. Personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia la complementarità dei sessi maschile e femminile, vi è l’attestazione della natura al riguardo, tutti noi siamo venuti al mondo così. Neppure vi sono dubbi però che anche il fenomeno omosessualità in natura si dà e si è sempre dato. Occorre quindi tenere insieme i due dati: una fisiologia di fondo e una variante rispetto a essa. Come definire tale variante? Le interpretazioni tradizionali di malattia o peccato non sono più convincenti: l’omosessualità non è una malattia da cui si possa guarire, né è un peccato a cui si accondiscende deliberatamente. Come interpretare allora tale variante: è un handicap, una ricchezza, o semplicemente un’altra versione della normalità? Questo lo deve stabilire per se stesso ogni omosessuale. Quanto io posso affermare è che questo stato si impone al soggetto, non è oggetto di scelta, e quindi si tratta di un fenomeno naturale. E con ciò anche l’argomento contro l’amore omosessuale basato sulla natura viene a cadere».

Ecco la confusione di Mancuso: è partito parlando di “ricerca dell’affettività”, dunque di comportamento omosessuale, ed è finito parlando di omosessualità come inclinazione che non è frutto di una scelta. Ha mischiato i piani probabilmente non conoscendo nemmeno la posizione della Chiesa: è vero che l’omosessualità è un’inclinazione della persona ma non è affatto ritenuta un peccato dalla Chiesa. Il problema sono invece i comportamenti omosessuali, quelli sì frutto di una scelta, e sono essi ad essere ritenuti un disordine affettivo dalla Chiesa, un’esplicita contraddizione tra l’orientamento fisiologico/anatomico della propria corporeità e la propria psicologia. Un peccato, cioè un inciampo al bene dell’uomo, vivere con questa dicotomia interna è un ostacolo alla propria realizzazione. Banale anche l’argomentazione del sedicente teologo sul fatto che l’omosessualità è presente in natura e dunque sarebbe una variante naturale dell’ordinario: in natura esistono anche un’infinità di inclinazioni dannose, disturbi e perversioni (anche sessuali) e non certo per il fatto che esistano debbono essere ritenute varianti naturali e/o equivalenti dell’ordinario.

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teologia
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