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Iraq: drammatico SOS di una famiglia di cristiani rifugiati

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Sylvain Dorient - Aleteia - pubblicato il 22/05/15

Dopo aver lasciato il proprio Paese, si trovano in Georgia senza possibilità di lavorare o di insediarsi lì e cercano di ottenere un visto per la Francia

“Dovete sapere quello che ci succede”, dicono presentando il piatto che hanno preparato per la Pasqua: biscotti fatti con frutta secca e uova sode dipinte a colori vivaci.

L'anno scorso hanno celebrato questa festa insieme ai parenti e ai vicini in Iraq. All'epoca nessuno si preoccupava troppo dell'organizzazione dello Stato Islamico.

Quest'anno i genitori e i loro quattro figli vivono esiliati in Georgia in una sistemazione temporanea, senza sapere cosa succederà domani.

Fuga disperata

La famiglia viveva ad Ankawa, nei dintorni di Erbil (Kurdistan iracheno), quando nell'agosto 2014 ha visto all'improvviso il suo quartiere invaso dai soldati curdi. Questo significava che i combattenti stavano arrivando da loro: gli jihadisti dello Stato Islamico non erano lontani.

Hanno riempito in fretta la macchina con vestiti e qualche gioco per il bambino più piccolo, di 6 anni, e sono scappati. La maggior parte dei loro vicini cristiani ha fatto lo stesso, e si sono ritrovati tutti all'aeroporto di Erbil.

“Una settimana prima eravamo al matrimonio di un cugino, senza sospettare minimamente che saremmo dovuti fuggire”, ha spiegato il padre di famiglia, un ingegnere di 49 anni che fino all'agosto 2014 lavorava per il Governo iracheno. La moglie è professoressa di aramaico, la lingua nativa di questa comunità caldea.

Partire senza che conti la destinazione

All'aeroporto di Erbil erano tutti terrorizzati. Il padre ha cercato di trovare sei biglietti per fuggire, e solo grazie a un amico che lavorava in un'agenzia di viaggi è riuscito a trovare sei posti su un aereo in partenza per Tbilisi, in Georgia.

La famiglia non sapeva quasi niente di quel Paese, ma si vedeva costretta ad andarci dalle notizie terribili che giungevano dall'Iraq. La paura più grande era che le donne della famiglia venissero sequestrate.

Una volta atterrati si sono visti costretti a vivere in un hotel, il che ha prosciugato i loro risparmi già messi alla prova dall'acquisto dei biglietti: mille dollari, cinque volte più del prezzo normale!

Si sono resi rapidamente conto del fatto che non avrebbero potuto fermarsi lì. Gli stessi georgiani cercano di lasciare il proprio Paese per trovare lavoro, visto che la Georgia sta vivendo una grave crisi economica caratterizzata da un altissimo tasso di disoccupazione.

La famiglia irachena era del tutto perduta. “Siamo depressi”, diceva la madre, “soli, senza nessuno che ci aiuti, nessuno parla aramaico, né curdo, neanche arabo o inglese”.

Un giorno, prendendo un taxi, l'autista li ha sentiti parlare tra loro in aramaico e ha chiamato uno dei suoi amici caldei, che conosce quella lingua. Nonostante la differenza di dialetti riuscivano a capirsi, e la famiglia irachena si è resa conto che esisteva una comunità caldea in Georgia.

Con l'aiuto del tassista gli iracheni hanno incontrato il vescovo di Tbilisi, padre Benjamin, che ha trovato loro un alloggio accessibile e ha invitato i suoi fedeli ad aiutarli.

Solidarietà caldea

Il caloroso benvenuto dei loro fratelli nella fede, che parlano un aramaico simile al loro, ha salvato gli iracheni dalla depressione. “Ci offrono tutto quello che possono, sono attenti e molto gentili, ma non possono darci ciò di cui abbiamo bisogno”, ha spiegato la madre di famiglia.

La Georgia è povera, e ha un flusso di rifugiati così alto che raramente offre permessi di soggiorno. La famiglia non pensa di tornare in Iraq. Ha troppa paura e non spera in un miglioramento della situazione.

Vedendo che in Georgia non possono lavorare, gli iracheni cercano di ottenere un visto per altri Paesi. Hanno ascoltato la promessa della Francia di accogliere gli iracheni perseguitati; la loro comunità è stata anche visitata dall'ambasciatore francese in Georgia, ma finora senza esito. La situazione resta bloccata.

“Sarebbe stato meglio se ci avessero detto di no fin dall'inizio”, ha detto la madre. “Ci lasciano senza notizie, senza sapere nulla da mesi!”

E allora aspettano, sempre più preoccupati. Alla fine di maggio i loro passaporti scadranno e sarà impossibile rinnovarli. Saranno allora condannati alla clandestinità, e la speranza di partire per altri Paesi europei si allontanerà ancor di più.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
cristiani perseguitati in iraq
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