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Basta speculazioni su Romero, martire del Vangelo!

Leif Skoogfors/CORBIS/Corbis via Getty Images

A 1979 portrait of Archbishop Oscar Romero of El Salvador, an outspoken proponent of human rights. Romero was assassinated March 24, 1980 as he said Mass at a hospital chapel. (Photo by �� Leif Skoogfors/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 21/05/15

Ma non era stato lasciato solo, mons. Romero, unicamente all’interno del mondo cattolico. Per paradossale che potrà sembrare, la sua solitudine era stata accentuata proprio da coloroi quali volevano esaltarlo. Lo avevano accomunato ai grandi miti della Sinistra guerrigliera dell’America Latina, a Camilo Torres, a Che Guevara, a Salvador Allende. Ne avevano fatto il modello di quella teologia della liberazione che era intrisa di ideologia marxista, di lotta di classe. E dunque, se l’obiettivo – ammesso che si trattasse sempre di buona fede – era quello di difendere Romero, avevano però finito per rinchiuderlo in quella immaginedeformata – esclusivamente politica, rivoluzionaria – che era stata proprio all’origine della sua condanna a morte, decretata dalla dittatura militare e dai potentati economici.

Peggio ancora, però, dopo la sua morte. Lasciato Romero scandalosamente solo in vita, doppiamente scandalosa è statal’offesa alla sua memoria dopo ch’era stato barbaramente assassinato. C’è stato infatti qualcuno – a “destra” come a “sinistra”, per dirla molto banalmente – che ha continuato a insultare, o quanto meno a strumentalizzare, il nome e la testimonianza di quest’uomo di Dio. Un uomo che, nell’amore per i poveri e gli oppressi, nella difesa dei diritti umani, aveva vissuto il Vangelo fino al sacrificio della vita, fino al martirio.

Era il 1983. Si stava preparando un viaggio pontificio nell’America centrale, e alcuni tra i massimi dirigenti del Consiglio episcopale latino-americano (il CELAM) chiesero espressamente a Giovanni Paolo II di non andare sulla tomba di mons. Romero perché considerato – ancora! – una figura troppo compromessa politicamente. Chi era presente si meravigliò della veemente reazione del Papa. Fece un gesto mai fatto prima, un pugno sul tavolo, e intanto con un tono quasi adirato: “No! No! Il Papa deve andare!”. E poi ci andò, all’arrivo in Salvador, malgrado il governo avesse sprangato la porta della cattedrale. Il Papa andò a pregare sulla tomba, e pronunciò parole molto sentite sul ministero di quel vescovo che, disse, “è stato martirizzato”.

E, appunto sul martirio dell’arcivescovo di San Salvador, s’è registrata un’altra offesa alla sua memoria. Un martirio chiaramente avvenuto “in odium fidei”, ossia in odio a come Romero aveva vissuto il Vangelo; eppure, c’è stato qualcuno che lo hademagogicamente trasformato in un martirio “politico”, in un martirio scaturito dall’”impegno classista” per il popolo. E, da qui, è stata ricostruita una storia di Romero, e soprattutto dei suoi rapporti con Giovanni Paolo II, totalmente falsata. Come se il Papa, con la sua incomprensione, avesse portato il presule salvadoregno alle lacrime. E non invece, com’è stato, con Wojtyla che lo sostenne, e poi rimase sconvolto a sapere del suo assassinio. E già nel Giubileo del Duemila, per la cerimonia al Colosseo sui martiri, inserì il nome di mons. Romero nella preghiera per i cristiani che avevano dato la vita per amore di Cristo e dei fratelli in America.

E adesso – proprio quando sulla cattedra di Pietro c’è un Papa latino-americano – è arrivato il grande momento. Sabato 23 maggio si terrà la solenne beatificazione a San Salvador. E c’è da sperare che, il veder finalmente riconosciuta l’esemplarità evangelica di Oscar Arnulfo Romero, aiuti tutti a ricordarlo evenerarlo per quello che veramente è stato: un dono di Dio, un uomo buono, un sacerdote e vescovo generoso, coraggioso, un autentico testimone di Cristo e del suo Vangelo.

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oscar romero
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