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La vera riforma liturgica l’ha fatta il microfono?

© Flickr/Mark_K_/Creative Commons

Liturgia "Culmen et Fons" - pubblicato il 19/05/15

Il luogo liturgico, dal punto di vista uditivo, è diventato indifferente?

Mi ha colpito l’affermazione di un amico sacerdote: “Sai chi ha fatto la riforma liturgica”? – mi disse – “Il microfono” – mi rispose. Può essere?

Questa è una domanda interessante. Proviamo ad immaginare di ritornare improvvisamente nel passato prima che vi fossero i microfoni e prima ancora, quando non c’era la luce elettrica. Con questo ideale ritorno al passato potremmo comprendere più facilmente il significato di riti e disposizioni liturgiche che a noi oggi potrebbero sembrare insignificanti o superate. L’avvento dei microfoni ha costituito un notevole impatto nella celebrazione liturgica.

In particolare:

– Quando i ministri celebravano in luoghi e posizioni diverse all’interno della chiesa si udiva la loro voce provenire da quei luoghi e spontaneamente i fedeli si orientavano verso di essi. Bastava il suono della voce per capire se il sacerdote stava all’altare o se parlava dal pulpito o se si muoveva in processione; così per gli altri ministri e per il coro. Con l’uso del microfono la voce viene diffusa dovunque in modo uniforme al punto che non è più percepibile la posizione logistica di chi parla: può parlare dall’altare, dall’ambone, dalla navata, dall’atrio, dalla sagrestia o anche dall’esterno della chiesa e tutti ovunque si trovino odono con la stessa intensità la voce di colui che parla. Il luogo liturgico, dal punto di vista uditivo è diventato indifferente: il Preconio pasquale anche se cantato dall’ambone monumentale non subisce alcuna variazione acustica e non dà alcuna indicazione logistica. Subentra allora solo l’aspetto visivo: salire sull’ambone non ha più una funzione fisica di trasmissione della voce, ma simbolico-visiva di luogo della Parola.

– Anche l’impiego della voce ne è alquanto influenzato. Infatti, la cantillatio delle letture, ma anche delle orazioni, aveva nel passato anche un ruolo di efficacia comunicativa, in quanto la voce assumeva potenza e raggiungeva i lontani. In tal senso si poteva comprendere l’arte oratoria del predicatore. Anche la musicalità dei testi liturgici, la ripetizione e una certa cadenza erano orientati ad una più efficace comunicazione. Il microfono, invece, consente la diffusione della voce senza necessità di particolari accorgimenti e chiunque può leggere in tono normale. In questo modo certamente viene rispettato il modo di porsi e di comunicare di ciascun lettore, tuttavia vi è il pericolo di ridurre le orazioni e le letture al livello di una comunicazione sempre identica e feriale. Se si coglie soltanto l’opportunità della comunicazione fisica offerta dal microfono tutto l’aspetto simbolico e solenne della liturgia svanisce. Questa è una tentazione continua: i fedeli odono quindi non ha più senso alcuna forma di cantillatio. In realtà sia il canto delle orazioni, come quello dei testi biblici ha subito una larga incomprensione e una drastica riduzione nell’immediato postconcilio.

Si tratta allora di usare il microfono senza cancellare sia la diversità logistica dei luoghi celebrativi, sia la ricchezza e la varietà delle espressioni linguistiche nell’annunzio della Parola di Dio e nell’orazione sacerdotale. Anzi il microfono, se di qualità e usato con professionalità, favorisce una migliore trasmissione di un testo cantato, che può essere percepito nelle sue sfumature dalla totalità dell’assemblea liturgica. In tal senso la liturgia viene arricchita dall’uso del microfono piuttosto che impoverita, proprio a causa di un uso funzionalistico dello strumento, che la dovrebbe elevare, potenziare e trasmettere con maggior efficacia. Una simile argomentazione si deve fare anche a proposito della luce elettrica nelle chiese.

I libri liturgici vigenti non hanno ancora assunto adeguatamente le indicazione necessarie per regolare l’illuminazione elettrica nel contesto dei riti. E’ tuttavia quanto mai opportuno che l’impianto elettrico di una chiesa non sia fatto con i criteri della comune funzionalità e neppure col solo criterio di valorizzare la chiesa come ambiente artistico e museale. E’ necessario assumere un criterio liturgico, per cui l’illuminazione risponde alle esigenze dei vari riti e tiene presente l’intero ciclo festale della Chiesa. Si tratta di evidenziare la solennità, la festa, il giorno feriale e quello penitenziale. Un criterio interessante potrebbe certamente essere la Veglia pasquale nella quale proprio le luci hanno un ruolo simbolico fondamentale. I tre gradi di intensità, che potremo denominare: lucernale, vigiliare e solare e che interessano momenti diversi della Veglia (liturgia della luce – liturgia della Parola – liturgia eucaristica) potrebbero essere una indicazione interessante per impostare un criterio di illuminazione a servizio della liturgia nelle tante sue espressioni distribuite nell’intero Anno liturgico.

Tags:
liturgia

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