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La lettera di un sacerdote prima di morire che cambia la vita

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“La sua testimonianza ci ha segnato per il resto della vita”, dicono alcuni suoi compagni

Ricordo anche alcune frasi dei salmi che ho meditato e quanto bene mi hanno fatto: “Fino a che non ho sofferto ero perduto”.

Quante volte, però, ho pianto nel silenzio del mio letto all'arrivo dei dolori e della sofferenza, e vedendo che arriva la fine dei miei giorni! Appare come una disperazione; anche se dico rapidamente “Tutto sia per l'evangelizzazione”. Per l'evangelizzazione! Anche se a volte quel “tutto” risulta un peso duro e gravoso.

Come in clinica, ho messo un'icona della Vergine sofferente davanti al mio letto, perché voglio morire guardando Lei. E voglio morire senza agonia, senza lotta, ma donandomi come Lei mi ha donato suo Figlio.

Attualmente la mia malattia si sta aggravando: ho tumori al fegato e all'osso sacro, le metastasi iniziano a diffondersi, anche se con la chemioterapia sembra che si fermino un po'. Ad ogni modo, i medici hanno detto che non vivrò più di un anno, al massimo due. Chiedo a Dio di avere una qualità di vita accettabile per evangelizzare nelle mie condizioni. Mi sento come una barca ferma sulle rive del lago di Tiberiade. Non uscirà più a pescare, ma ho la speranza che Cristo ci salga per proclamare da lì la Buona Novella alla folla. Questa è ora la mia missione: essere una barca all'ancora, pulpito di Gesù Cristo.

Vedo che questo periodo è un Avvento particolare che il Signore mi regala per prepararmi all'incontro con lo “sposo” e avere le lampade pronte con un olio nuovo, potendo così entrare al banchetto di nozze. È un dono il fatto di possedere l'olio di Gesù Cristo, che fortifica le mie membra per la dura lotta della fede nella sofferenza, mi illumina la storia che sta facendo con me, e mi assicura di possedere lo Spirito Santo, come pegno del Regno dei Cieli.

Sicuramente nessuno conosce il giorno o l'ora della mia morte. È vivere della speranza. Di questo si rifletterà in tutta la Chiesa: della virtù della speranza. E dello spirito che ci fa dire “Abbà!”[Padre!].

A volte, però, credo di perdere tempo, che potrei fare più cose, pregare di più, avere più intimità con il Signore, e altre volte la malattia non mi fa fare di più. Sarà che devo solo soffrire, purificarmi, convertirmi, evangelizzare dal silenzio? In questo mi sta aiutando la lettura delle opere di Santa Teresina del Bambin Gesù, e mi sono messo a rileggere la Salvifici Doloris di papa Giovanni Paolo II.

La cosa più importante è questa fede, vissuta in regime di piccole comunità, in cui la lettura della Parola di Dio illumina il senso della mia vita, in cui si verificano segni di unità e di amore.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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