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Quei temi del Concilio Vaticano II passati sotto silenzio

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don Enrico Finotti - Liturgia "Culmen et Fons" - pubblicato il 14/05/15

Tutti parlano del Concilio, ma quanti hanno letto integralmente i suoi documenti? 

E’ un fatto che tutti si dicono d’accodo col Concilio, ma poi ognuno discorda su ciò che il Concilio avrebbe detto. Il Papa, a tal proposito, parla di un vago spirito del Concilio slegato dalla lettera dei suoi documenti. Egli, infatti, afferma: “In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma ilsuo spirito. In tal modo ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità” (Discorso alla Curia romana del 22 dic. 2005). 

E’ certamente vero che tutti parlano del Concilio, ma quanti hanno letto integralmente i suoi documenti? E, se se si sono letti i documenti, a quali interpreti si è dato credito? “I teologi, infatti, invece di esercitare la loro vocazione ecclesiale mediante unsincero e motivato ‘sentire cum Ecclesia’, non rare volte preferiscono manifestare un cordiale ‘dissentire ab Ecclesia’” (A. AMATO, in OR, 16 novembre 2006, p. 7). 

Occorre allora un rinnovato ascolto di ciò che il Concilio ha effettiva-mente detto: “Non ciò che vorremmo che il Concilio avesse detto deve determinarela nostra vita, ma ciò che esso ha detto veramente” (J. RATZINGER, Il sale della terra, p. 294). 

Una lettura attenta dei documenti conciliari rivela come alcuni temi del Concilio furono passati sotto silenzio e diverse sue disposizioni rimasero lettera morta, a tal punto da suscitare l’idea che il Concilio o non ne avesse parlato, oppure avesse dovuto tollerare ancora alcune questioni per un compromesso tra le parti controverse. A titolo di esempio possiamo ricordare: 

– il riconoscimento e la promozione del canto gregoriano (SC 116) e dell’organo (SC 120); 
– l’uso della lingua latina (SC 36);  
– il carattere sacro della liturgia (SC 7);  
– l’autorità competente per regolare la liturgia (SC 22);  
– la necessità della filosofia perenne e lo studio di S. Tommaso d’Aquino (GE 10; OT 16);  
– la natura gerarchica della Chiesa (LG III);  
– il primato e l’infallibilità del Sommo Pontefice (LG 18);  
– l’unicità della Chiesa cattolica (LG 8);  
– il carattere gerarchico della comunione ecclesiale hierarchica communio (LG 22);  
– la necessità della Chiesa cattolica in ordine alla salvezza (LG 14); ecc.  

Chi ribadisce in modo anche minimale queste ed altre tematiche finisce per essere considerato anticonciliare, mentre chi realizza una creatività slegata da ogni norma, aperta ad ogni sorpresa, riceve una considerazione e una benevolenza totale. In altri termini essere conciliari significherebbe indulgere ad ogni estrosità e non avere alcuna soggezione verso la dottrina tradizionale e la normativa giuridica vigente, in nome della ‘pastorale’. Il Concilio allora inaugurerebbe una stagione di ampia ‘libertà’, che tuttavia subisce ben presto l’inevitabile condizionamento dell’ideologia emergente nell’ambiente in cui si vive. Ma così si è subito travolti da una dittatura di sostituzione, quella del relativismo e del soggettivismo di chi a turno esercita il ‘potere’, chiamato rigorosamente ‘servizio’. 

J. Ratzinger scrive: “La disinvoltura con la quale quasi comunemente si fa appello ‘al Concilio’ per giustificare le personali preferenze tradisce il grandemandato che ci è stato lasciato in eredità dall’assemblea dei Padri” (Opera omnia, XI, p. 771).  Cosa è veramente successo? «Ciò che è avvenuto dopo il Concilio Vaticano II potrebbe quasi essere definito una ‘rivoluzione culturale’, se si pensa al falso eccesso di zelo con cui vennero spogliate le chiese e con cui il clero, come gli ordini religiosi, mutarono il loro aspetto. Oggi molti si pentono di tale precipitazione» (J. Ratzinger, Opera omnia, XI, p. 289). 

E’ allora di estrema urgenza superare una ancor troppo diffusa visione ideologica del Concilio, come ben si esprime R. Pane:  «Il fatto è che oggi il termine ‘preconciliare’’ ha assunto un significato nuovo, che tutti accettano senza discutere: se indosso una casula in poliestere, celebro messa con calice di legno, interrompo la liturgia con frequenti didascalie, evito il più possibile di fare il segno della croce e mi compiaccio di far partecipare i fedeli con l’ultima melodia orecchiata al festival di Sanremo, allora sono un perfetto figlio del concilio. Siccome invece mi ostino a preferire l’organo alla chitarra, il canone romano alla preghiera eucaristica V e oso persino di tanto in tanto cantare il prefazio, in tal caso sono proprio un esempio deleterio di disadattato preconciliare!» (Liturgia creativa?, p. 13).  

Il 50° anniversario della chiusura del Vaticano II è l’occasione alquanto propizia per ritornare al vero Concilio e riscoprire nella lettera dei suoi documenti il senso autentico di ciò che lo Spirito ha veramente detto alla Chiesa.

FONTE: Rivista Liturgia "Culmen et fons"

Tags:
concilio vaticano iiliturgia
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