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Perché stiamo insieme?

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Mariarosaria Petti - Punto Famiglia - pubblicato il 12/05/15

Litigare può mandare in frantumi una coppia. Come rimettere insieme i cocci?

La vena che si intravede sulla fronte si ingrossa e inizia a pulsare forte, a tal punto da sembrare di un colore più scuro. Il viso si corruga, gli occhi si inaspriscono. Le mani sudano, le parole si rincorrono. Il tono della voce sale. Sempre di più. Fino a diventare urla. Gli strilli si mescolano, si sovrappongono e confondono. Non ci sono più confini, spazi per ascoltare. Solo per prevalere. E mentre si grida, ci si dimentica del perché.

È un attimo. Una parola che tocca le corde più deboli ed esplodiamo. Non importa che si litighi per cinque minuti di ritardo o per aver dimenticato un anniversario. In quel ring facciamo entrare tutte le frustrazioni, le sofferenze taciute, le questioni mai risolte. E anche quelle che credevamo di aver affrontato. A volte, facciamo largo anche a tutte le storture che non c’entrano per niente. I dissapori con la vicina di casa, i malintesi con il capo, l’ansia per l’esame. Facciamo un pacchetto completo, leghiamo su un bel fiocco e lo scaraventiamo contro l’altro. Non un altro qualsiasi, il nostro “altro”. Il proprio fidanzato.

Litigare è un’esperienza che riguarda molte coppie. Forse la più frequente dinamica che attraversa la vita di due persone che si amano. Anche la conclusione è sovente la stessa. Si tratta di una domanda ben precisa: perché stiamo insieme?

Avete mai visto un vaso riparato con la “tecnica Kintsugi”? Quando i giapponesi aggiustano un oggetto rotto utilizzano un procedimento tutto speciale: impastano la colla con l’oro e iniziano con meticolosità a raccogliere tutti i frammenti dispersi per ricomporne la forma. Il risultato è incredibile: non più un vaso uguale a tutti gli altri o una scultura prodotta in serie, ma un esemplare unico, venato d’oro in fessure che neanche il più estroso artista avrebbe saputo scolpire.

I giapponesi esprimono con questa tecnica una preziosa filosofia: evidenziano il valore delle crepe, il ruolo insostituibile che le ferite rappresentano per la crescita e la bellezza di chi ne è vittima. Nulla di ciò che si rompe va perduto, anzi.

Quante volte però non abbiamo la pazienza di impastare con il collante dell’amore le schegge del nostro rapporto e rimettere tutto in piedi? Siamo molto bravi a mostrare all’amico, al collega, alla madre i cocci rotti delle nostre incapacità. Li presentiamo uno ad uno, fino a quel pezzetto così piccolo, che è quasi polvere. Esponiamo il nostro fidanzamento ai venti freddi dei giudizi, quando è debole e vulnerabile. Come camminare nudi in un giorno di neve, senza temere di ammalarsi.

Non abbiamo una pozione magica da preparare per scongiurare le liti di coppia. Ahimè. Esiste però una parola, antica e poco usata: custodire. Imparare a custodirsi è un esercizio difficile. È una ricetta che richiede come ingredienti la capacità di essere riservati e il rispetto della relazione quando è più fragile. Quando è necessario porre al riparo da tutti e da tutto quella casa che stiamo costruendo.

Ecco, bisognerebbe almeno provarci. A non disseminare i propri cocci rotti, ma a brillare di quell’oro che li tiene uniti per sempre.

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