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Lei non è lunatica e lui non è irascibile

Depressed woman crying © Antonio Guillem / Shutterstock
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Il disturbo borderline di personalità colpisce dall’1 al 3% degli adolescenti. Tre giornate di studio all’Irccs Fatebenefratelli di Brescia

Lunatici, irascibili, spesso indisciplinati: la normale irrequietezza degli adolescenti rischia di essere confusa a volte con una patologia più grave. Il disturbo borderline di personalità colpisce, secondo le stime, dall’1 al 3% degli adolescenti della popolazione normale e circa il 4% dei giovani adulti. Si tratta, spiega Roberta Rossi, psicologa e psicoterapeuta dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia che ha ospitato nei giorni scorsi delle giornate di studio con esperti mondiali in questa materia, di un disturbo psichiatrico “caratterizzato da repentini cambiamenti di umore, instabilità dei comportamenti e delle relazioni con gli altri, marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri insieme a comportamenti autolesivi”. Una patologia sfuggente che si manifesta in adolescenza o nella prima età adulta e mette in difficoltà genitori e familiari.
 
Quando genitori o insegnanti devono allarmarsi rispetto ad alcuni comportamenti degli adolescenti che vanno oltre le caratteristiche dell’età per sfociare nella patologia psichiatrica?
 
Rossi: Bisogna stare attenti a non psicopatologizzare dei comportamenti che nell'adolescenza fanno parte della normale evoluzione dell'età. Per prima cosa, quindi, è necessaria una buona formazione rispetto a “che cosa” cercare. I segnali su cui sollevare le antenne sono emozioni vissute in modo così intenso da non riuscire a gestire o abbassare le tensioni emotive. Nel tentativo di gestire questa intensità emotiva spesso i pazienti ricorrono a comportamenti autolesivi oppure a comportamenti alimentari disturbati o all’utilizzo di sostanze stupefacenti. Sono tutte tessere di un puzzle molto complesso.
 
Sono state evidenziate delle cause specifiche alla base del disturbo?
 
Rossi: Come per tutte le malattie psichiatriche si può parlare di un modello di spiegazione bio-psico-sociale. Esistono dei fattori di vulnerabilità biologica: questi pazienti presentano aspetti neuro-biologici alterati rispetto ad altre persone, che però da soli non bastano. A questo fattore si uniscono aspetti temperamentali ma anche così non basta. Si può aggiungere la presenza di eventi di vita particolarmente traumatici e di particolari contesti familiari. Uno dei punti nodali del nostro congresso è stato il richiamo ad uscire da una logica di colpevolizzazione delle famiglie. Tuttavia ciò non toglie che i pazienti provengano da famiglie in cui hanno incontrato difficoltà in processi importanti per lo sviluppo del sé, per lo sviluppo della personalità, e, in particolare, nella validazione emotiva. E' ciò che, con linguaggio tecnico, si chiama “ambiente invalidante”.
 
E con un linguaggio un pò meno tecnico?
 
Rossi: A questi pazienti, per vari motivi, non è stato insegnato dall'ambiente familiare come dare valore alle proprie emozioni e come imparare a gestirle. Quando i bambini provano una rabbia intensa o piangono perchè sono tristi, imparano dalle figure affettive di riferimento che queste emozioni sono normali e appartengono a tutti. A seconda della risposta che l'ambiente mi dà, io cresco dando un valore a questa esperienza. Un bambino che piange perchè si è rotto il suo giocattolo ha bisogno che l’adulto accolga la sua delusione. Dare valore a questa esperienza infantile è dire: “mi dispiace, vedo che stai male perchè si è rotta la macchinina”. Invalidare l’esperienza significa, invece – come capita talvolta a tutti i genitori -, usare espressioni tipo: "Dai, non la fare tanto lunga, cosa vuoi che sia!". I pazienti che sviluppano un disturbo borderline non hanno imparato a fidarsi e a dare valore alla propria esperienza emotiva e in più hanno un temperamento che li predispone – questa è la parte neuro-biologica – ad avere emozioni molto più intense e che fanno fatica a tornare in tempi brevi a un livello neutro.
 
Le giornate di studio che avete promosso hanno mirato proprio ad aumentare il coinvolgimento dei familiari: è così?
 
Rossi: In occasione della giornata sul disturbo borderline di personalità, c’è stato anche il primo congresso dell’associazione NEA-BPD Italia, che è la branca italiana della National Education Alliance Personality Disorder (NEA BPD) (www.borderlinepersonalitydisorder.com): si tratta di un’associazione di professionisti, familiari e pazienti che ha l’obiettivo di promuovere l’informazione ma anche la formazione sul disturbo borderline per far sì che i familiari diventino sempre più consapevoli e attori attivi nel percorso di cure. Abbiamo avuto il primo training italiano di “Family connection” nel quale si insegnano ai familiari tecniche terapeutiche di comprensione per gestire meglio questo disturbo e si insegna loro a diventare leader di gruppi per poter poi tornare nelle proprie realtà cliniche e come familiari genitori riuscire a creare gruppi di altri familiari – da qui il termine “family connection” – che possono fare formazione per reti e ampliare la divulgazione di strumenti utili a gestire il disturbo.
 
Per esempio quali?
 
Rossi: Non è facile interagire con persone che hanno una ipersensibilità al rifiuto, alle relazioni interpersonali. Rischia di instaurarsi un circolo vizioso di azioni e reazioni tra ragazzi affetti dal disturbo di personalità borderline e i loro familiari. Si tratta quindi di offrire strumenti per uscire da questi circoli viziosi. Intanto una esatta comprensione del disturbo: “lei non è lunatica, lui non è irascibile” abbiamo scritto sulla locandina per indicare come intendere correttamente le oscillazioni emotive che si osservano nei propri cari. Ma c'è un disturbo che si basa anche sulla sensazione di sentirsi continuamente criticati, rifiutati, non presi in considerazione. Quando si comprende questo, si possono usare tecniche di comunicazione per rapportarsi in modo diverso e anche tecniche di accettazione: una parte centrale del training è dedicata alla necessità di acquistare consapevolezza che alcune situazioni esistono e non posso cambiarle nell’immediato. Ci sono, inoltre, tecniche di validazione per dare valore all’esperienza emotiva del paziente: non “dai, forza, tirati su!” ma "capisco che stai male: cosa possiamo fare qualcosa per gestire questa situazione?". Si possono mettere in atto delle strategie per evitare che il proprio familiare voglia farsi del male nei momenti difficili: per esempio, fare attività piacevoli o accettare il proprio dolore con tecniche di mindfulness.
 
La buona notizia è che non si tratta di disturbi da cui non si può uscire…
 
Rossi: La buonissima notizia è che si tratta di un disturbo da prendere in seria considerazione – può avere un impatto dirompente sulla vita delle persone che ne sono affette, cui si aggiungono importanti implicazioni sociali ed economiche – ma rispetto al quale noi clinici siamo in grado di fare diagnosi sempre più accurate. La prognosi – se si usano le terapie corrette, che ormai sono a disposizione – è favorevole. 
 

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