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Economia civile, la via cattolica alla buona politica

© Public Domain / Youtube
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Intervista all’economista Leonardo Becchetti

Andando a guardare in giro per l'Italia viene da pensare che le parole di Papa Francesco sui cattolici in politica siano state accolte in modo operoso. E' il caso del laboratorio di politica che si terrà dal 2 al 5 luglio di quest'anno a Calacio, in provincia de L'Aquila, organizzato dalla “Comunità di vita cristiana e della Lega missionaria studenti”, gli stessi a cui il pontefice lo scorso 30 aprile diceva di impegnarsi e ricordava come il magistero indicasse nel servizio alla comunità “il più alto grado di carità”. Tra gli organizzatori e relatori, il professor Leonardo Becchetti, economista, ordinario di Economia Politica a Tor Vergata, editorialista del quotidiano Avvenire e blogger su Repubblica e animatore dell'associazione NeXt. Aleteia lo ha raggiunto telefonicamente per qualche domanda su questa scuola estiva, le cui iscrizioni sono ancora aperte…

Becchetti: L’obiettivo della scuola è riflettere sulle ricadute in termini di pensiero e prassi politica, sociale ed economica del pensiero di Papa Francesco che poi riflette il pensiero ignaziano e della dottrina sociale più recente. Si tratta di un approccio riassumibile in due fasi. Nella prima dobbiamo innanzi tutto superare quel diaframma che separa chi sta bene da chi è nel bisogno, perché condividere ed immedesimarsi è l'unico modo per capire davvero i problemi. Dopo di che sappiamo che i problemi sociali non si risolvono con l'elemosina, ma creando dignità: chi è in difficoltà deve essere messo nelle condizioni di portare a casa il pane da solo. Il nostro impegno è nella promozione della giustizia sociale, e ci sono già dei fronti aperti in questi anni. Non si tratta petanto di fare solo ragionamenti teorici ma di fare il punto di su tutti i temi aperti su cui si sta già operando da tempo. In particolare i temi sono: primo il sistema dello sviluppo locale, cioé come i territori stanno riuscendo a vincere la sfida della globalizzazione, come riescono a creare un modello di sviluppo che non sia né delocalizzabile né riproducibile in paesi più poveri e quindi ragionare sul bene comune del territorio, invitando i protagonisti del cambiamento. Il secondo punto è cosa possiamo fare per cambiare le regole del sistema, quindi le grandi campagne anche qui non si parte da zero. Fanno parte di questo grande filone la campagna per la riforma delle regole della finanza internazionale, tutte le iniziative di azione dal basso tramite il “voto con il portafoglio”, e il punto sulla crescita di Next l’ “enzimamultistakeholder che mette assieme tutti i portatori di interesse (consumatori, investitori, risparmiatori, produttori, cittadini) interessati al bene comune e che cerca di rendere conveniente economicamente la responsabilità sociale.

Papa Francesco ha ribadito più volte che il cattolico si deve immischiare con la politica. Il cattolico in politica si dovrebbe ispirare alla Dottrina Sociale della Chiesa: lei come economista cosa trae dal magistero? C'è un pensiero economico “cristiano”?

Becchetti: C’è un paradigma sostenuto da tutte le persone di buona volontà, laiche e credenti, che è sposato anche dalla dottrina sociale della chiesa più recente e che io chiamo dell'economia civile. In sintesi tale paradigma sostiene che noi abbiamo bisogno di un sistema economico – basta leggere l'enciclica Caritas in veritate e altri documenti magisteriali simili – che non sia un sistema “a due mani” ma a “quattro mani”. Nel sistema a due mani un insieme di cittadini autointeressati ed “egoisti” che massimizzano il capital gain in borsa e poi in questo modello tutto viene rimesso a posto dal mercato e dallo Stato. Questo modello non può funzionare innanzi tutto perché non chiede nessun impegno etico a cittadini ed imprese, ma lo chiede soltanto alle istituzioni che da sole non ce la fanno. Il modello che propone la Caritas in veritate è un modello diverso, basta leggerlo bene, è un modello in cui ci sono almeno “quattro mani” non ci sono soltanto le istituzioni, ma anche i cittadini responsabili che votano col portafoglio e che fanno cittadinanza attiva e c'è la mano delle imprese che creano valore aggiunto ripartendolo in modo equilibrato tra gli stakeholders e non massimizzando solo l’interesse finanziario a breve.

Avete riscontri da altre realtà economiche?

Becchetti: Sono appena stato a New York a presentare il rapporto sulla “Economia di felicità” in cui anche i non credenti e gli osservatori dei sistemi anglosassoni hanno convenuto sul fatto che il sistema a due mani non produce virtù civiche ed anzi le erode lentamente. Tali osservatori si sono resi conto che le virtù civiche non sono fisse e date nel tempo, e che il sistema classico a due mani non produce civismo perché è basato su cittadini autointeressati e finisce per far perdere i fondamenti necessari per una cooperazione tra le parti sociali. Serve un sistema dove le scelte economiche alimentino e siano alimentate dalle virtù civiche (fiducia, meritevolezza di fiducia, reciprocità, cooperazione) senza le quali il sistema socioeconomico non può sopravvivere. E questo sistema è formato anche di aziende no profit, di volontariato, ed ecco che si ritorna all'idea dell'economia “a quattro mani”. E' un modello basato sulla sussidiarietà e la centralità della persona. Consumo responsabile, finanza etica sono gli strumenti necessari.

Non più un partito dei cattolici, ma i cattolici in politica devono agire di concerto anche se si trovassero su sponde differenti? E come?

Becchetti: L'idea è che si possano creare convergenze da parte di tutti e che questi principi vengano assimilati da tutte le sensibilità politiche. Oggi ci sono persone di valori cristiani presenti in tutti i partiti, nel suo esito migliore questo percorso permette di mettere al centro il primato della persona in tutte le agende partitiche.

Fra gli appuntamenti che si svolgeranno a Luglio c'è un incontro anche sul TTIP: cosa può dirci?

Becchetti: L'economia oggi ha bisogno di un riequilibrio dei poteri. Oggi alcune lobby industriali ma soprattutto finanziarie hanno un potere enorme, rispetto a quello di cittadini e istituzioni. Montesquieu ci metterebbe sul chi va là, ricordandoci che è necessario un equilibrio tra i poteri oggi troppo sbilanciato sugli operatori economici in alcuni particolari settori. Questo perché le istituzioni si pongono comunque nell'ottica del perseguimento del bene comune, non così le aziende che hanno come fine il bene degli azionisti. Quindi dobbiamo vigilare con molta attenzione perché non vengano create delle regole che badino al profitto dei pochi. Quindi commercio e finanza al servizio della persona e non viceversa.
 

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