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L’improbabile viaggio verso il sacerdozio di padre Donald Calloway

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Padre Donald Calloway - pubblicato il 08/05/15

Liberato da una vita di dipendenze, peccato e crimine da un incontro con la Madonna

Nota dell'editore: Padre Donald Calloway, sacerdote della Congregazione dei Mariani dell'Immacolata Concezione, ha raccontato la sua drammatica storia di conversione nel suo libro No Turning Back: A Witness to Mercy. È la storia di un giovane uomo schiavizzato dalle dipendenze e dal peccato, e invischiato in una vita di crimine. Tutto è cambiato, e Calloway ha iniziato il suo improbabile viaggio verso il sacerdozio dopo essersi imbattuto in un libro sulle apparizioni mariane a Medjugorje.

Nel libroAmazing Grace for the Catholic Heart, il sacerdote ricorda come è scappato di casa, è stato arrestato e dopo un paio  diperiodi di riabilitazione dalla tossicodipendenza ha trovato un libro dei suoi genitori sulle apparizioni mariane.

“I miei genitori fanno parte di una specie di culto!”, pensai con orrore.

Intrigato, portai il libro in camera mia e iniziai a leggere. Alle tre del mattino chiusi il libro dopo averlo letto dalla prima all'ultima pagina. Non avevo idea di chi fosse la Beata Madre, ma quando iniziai a leggere cose come preghiera, digiuno, Gesù Cristo e la Sua morte sulla croce per me venni inondato da un senso di amore e di gioia. Buona parte di quello che leggevo non lo capivo nemmeno. Quando ho posato il libro mi sono detto: “Questa donna è quella che ho sempre cercato. Questa Vergine Maria è perfetta. Il suo Dio è il mio Dio. Ascolterò qualsiasi cosa mi dirà”.

Ero così euforico da non riuscire a dormire. Non potevo aspettare che mia madre si svegliasse per condividere il mio entusiasmo con lei. Le dissi con voce tremante che volevo diventare un sacerdote cattolico. Sbalordita, mi chiese di ripetere quello a cui le sue orecchie non riuscivano a credere.

Padre Calloway ha dato il permesso di diffondere questo adattamento del primo capitolo del suo libro, che descrive la sua vita prima della drammatica conversione che ha sperimentato:

Il giorno in cui sono stato catturato in Giappone sembrava tirato fuori da un film d'azione dal budget consistente. Ci si può immaginare facilmente la scena: è stato come l'apice di un film hollywoodiano. Immaginatevi agenti in borghese, poliziotti e polizia americana che si avvicinano furtivamente a un paio di giovani criminali incalliti sperando di coglierli nell'atto di consegnare denaro e droghe illegali. Ciò che i criminali non sanno è che gli agenti hanno intercettato e monitorato le loro linee di comunicazione e hanno “assoldato” uno dei loro complici, che ha acconsentito con riluttanza a tessere loro una trappola.

La tensione cresce mentre i “buoni” si avvicinano, anche se dibattono dei pro e contro del fatto di affrontare i criminali in un luogo pubblico affollato. I “cattivi” hanno infatti insistito per incontrare il loro socio – il traditore – in una stazione ferroviaria, per cui qualsiasi tentativo di cattura comprometterà sicuramente la sicurezza di persone innocenti.

Ero uno dei “cattivi” (…). Ero il cosiddetto “pesce grosso” che tutti stavano cercando di catturare, e quando sono stato ammanettato i Governi americano e giapponese avevano già negoziato i termini nei quali sarei stato affidato alla custodia dell'esercito americano. Nell'arco di qualche giorno sarei stato deportato dal Giappone e al ritorno negli Stati Uniti sarei stato rinchiuso in un istituto. Avevo appena 15 anni.

I piani per quel giorno fatidico erano stati fatti al telefono la sera prima. Chiamai il mio amico Nathan, che acconsentì a incontrare me e il mio amico Tommy in una delle più grandi stazioni ferroviarie di Yokohama. Il piano prevedeva di dare a Nathan il denaro che avevo in eccesso – un po' più di due milioni di yen –, gran parte del quale avevo rubato di recente da supermercati locali. Tommy e io progettavamo di portare Nathan in giro per la città e di spendere il resto dei soldi in alcool, droghe e ragazze, come avevamo sempre fatto (…).

Arrivati alla stazione, ancor prima che riuscissi a fare una sola mossa una mezza dozzina di poliziotti mi si avventò addosso. Poco lontano, un altro gruppetto di una mezza dozzina di uomini immobilizzava Tommy a terra. In quel momento, incrociai lo sguardo di Nathan, che correva verso di me gridando: “Scusa! Scusa, mi dispiace!”

Non riuscivo a credere che Nathan avesse permesso alla polizia di usarlo come esca per catturarmi (…).

Due mesi prima, Tommy ed io vivevamo con i nostri genitori alla base aerea navale di Atsugi, un centro per le operazioni militari americane in cui i nostri padri erano entrambi impiegati. Come figlio di un funzionario navale, avevo avuto una vita confortevole alla base, anche se l'autorità genitoriale e la cultura militare facevano decisamente a botte con la mia natura (…).

Una sera Tommy ed io eravamo completamente fatti di Shochu (vodka giapponese) e iniziammo a inveire contro i nostri genitori. Le tipiche cose degli adolescenti: eravamo stufi di andare a scuola, di obbedire alle regole di qualcun altro, di essere rimproverati. Tutto ciò che volevamo era ubriacarci, sentire musica, fare il surf e uscire con le ragazze. Del resto, cos'altro era la vita?

Tommy suggerì di scappare di casa, (…) e non gli ci volle molto per farmi aderire all'idea (…). Nessuno dei due salutò i propri genitori o lasciò una qualche indicazione relativa a se o quando saremmo tornati.

(…) Trovandoci in un Paese straniero senza un'occupazione legale e con una scarsa conoscenza della lingua locale – le uniche parole giapponesi che conoscevo erano quelle “brutte” -, il crimine era l'unico mezzo che avevamo per sostentarci. Iniziammo con crimini come rubare la borsa alle donne e prendere i soldi dai registri di cassa, ma non ci volle molto, forse qualche settimana, perché entrassimo in una gang, (…) sotto la cui tutela iniziammo a commettere altri crimini. Il giorno osservavamo i negozi, cercando gli obiettivi più facili. (…) La notte tornavamo nei luoghi che avevamo scelto prendendo tutto ciò che volevamo. Rubavamo di tutto (…)

Il giorno dell'arresto, (…) i poliziotti riuscirono a bloccare rapidamente le braccia e le gambe di Tommy tenendole a terra. “Scappa!”, mi disse visto che io ero riuscito a divincolarmi. Mentre mi rialzavo, notai con la coda dell'occhio una persona che non avevo visto – mio padre. Non fece un passo per venire verso di me. Guadava in silenzio tutta la scena tenendosi a distanza.

Uscii dalla stazione e mi gettai nel traffico, pensando che i poliziotti non avrebbero voluto rischiare la vita correndo dietro a un adolescente apparentemente suicida in mezzo a una strada affollata (…) Con mia grande sorpresa, i poliziotti mi restavano alle calcagna. Quando capii che non sarei riuscito a scappare, iniziai a buttare i soldi che avevo in tasca per terra.

(…) Mi feci largo attraverso un mercato all'aperto, ma a quel punto faticavo a respirare, e alla fine sentii qualcuno che mi acciuffava per i capelli e mi buttava a terra. (…) Tornati alla base, mi misero in una cella senza lavandino, né water, né qualcosa da leggere (…). Dopo un po', arrivò un poliziotto che mi disse che sarei stato deportato dal Giappone il prima possibile. Disse che l'esercito americano aveva già sistemato tutto con il Governo giapponese. Visto che ero minorenne e non avevo commesso crimini capitali, i giapponesi avevano acconsentito a non presentare accuse per i crimini che avevo commesso a patto che tornassi immediatamente negli Stati Uniti ed entrassi in un centro di recupero. I miei genitori avrebbero dovuto compensare innumerevoli persone per la merce che avevo rubato – per tutti i furti che potevano essere attribuiti a me.

Quando sentii che sarei stato espulso dal Giappone, la mia motivazione a scappare raddoppiò. Nei primi mesi in cui avevo vissuto in Giappone avevo odiato con passione la mia nuova casa, ma dopo un po' aveva iniziato a piacermi. Il Giappone aveva droghe e ragazze, spiagge e alcolici, come gli Stati Uniti, e rubare denaro era molto più facile. Ora avevo anche una “ragazza” – forse non una ragazza nel senso tradizionale del termine, ma un'“amica con benefici”.

(…) Visto che nella cella non c'era un water, chiesi il permesso di usare il bagno più vicino. Per mia sorpresa, mi tolsero le manette e mi fecero uscire dalla cella. Camminai lungo il corridoio verso il bagno, ma quando raggiunsi la porta continuai a camminare, correndo fino a uscire alla luce del sole.

Nel frattempo, a mia insaputa, le mie azioni centrate su di me stavano influendo su tutta la mia famiglia. Due settimane prima, le forze armate americane avevano detto a mia madre di lasciare il Paese con il mio fratello minore, Matthew, apparentemente per iniziare a ristabilire la nostra famiglia negli Stati Uniti, anche se il vero motivo era che mio padre e io avremmo avuto un posto dove tornare quando mi avessero trovato. O, in uno scenario peggiore, le autorità avrebbero almeno saputo dove spedire il mio corpo. Prima che venissi catturato, i giapponesi ritenevano più probabile che tornassi a casa in un sacco di plastica. (…) Mio padre sarebbe rimasto in Giappone per aiutare a cercarmi, promettendo a mia madre di non andarsene prima di avermi trovato e che non sarebbe tornato da lei senza di me. A questo proposito, stavo meglio di Tommy, che venne deportato un giorno prima (non cercò di fuggire dal parapiglia), ma la madre e il padre lo avevano già abbandonato, essendosene andati negli Stati Uniti prima che venissimo catturati. So che venne spedito in Texas, dove il padre si era si era trasferito, ma non ho avuto contatti con lui dal giorno dell'incidente alla stazione ferroviaria. (…)

Il giorno dopo essere stato riacciuffato, le mie guardie mi portarono a Yokosuka, un'altra installazione militare statunitense, dove mio padre e io fummo messi su un volo militare per Honolulu. (…)

Quando atterrammo a Los Angeles, i poliziotti mi scortarono fino al terminal principale. Uno di loro mi disse: “Tua madre e tuo fratello sono in Pennsylvania. Come sai, tuo padre è qui con te, e ti consegneremo a lui. Sei d'accordo ad andare con lui a vedere tua madre e ad entrare in un istituto? Se è così ti toglieremo le manette”. Il mio primo pensiero fu: “Idioti. Se mi tolgono le manette scappo”. Avevo degli amici nella California del sud e pensavo che sarei riuscito a rintracciarli. (…)

Ma che potevo fare? Chiunque conoscessi nella California del sud era un dipendente militare. Visto che non ero rimasto in contatto con nessuno da quando ero andato in Giappone, non avevo modo di sapere se i miei amici vivevano ancora nello stesso posto. Senza soldi, mezzi di trasporto o un posto particolare dove andare, le mie bravate erano temporaneamente congelate. L'idea di farmi largo da solo a Los Angeles era una prospettiva abbastanza preoccupante da farmi decidere di lasciar stare. Concordai con riluttanza con ciò che diceva il poliziotto, e le guardie se ne andarono da dove erano venute. Salii su un altro aereo con mio padre, questa volta verso la nostra destinazione finale – Philadelphia, Pennsylvania.

È stato su quel volo che ho parlato con mio padre per la prima volta da quando ero scappato di casa. (…) Quando atterrammo a Philadelphia, mia madre ci stava aspettando al gate. (…) Mi riempì di baci. Non la vedevo da quasi due mesi e mezzo. (…) Ma qualcosa nel modo in cui si approcciò a me mi fece agitare. Quando cercò di abbracciarmi la respinsi immediatamente, le puntai l'indice in faccia e dissi con la voce più odiosa che si possa immaginare: “Mi dai il voltastomaco”. (…)

Anni di rabbia e frustrazione adolescenziale in un'unica dichiarazione e in un unico gesto. Ovviamente nessuna madre poteva sopportare quel tipo di risposta da parte del suo primogenito. Lì nel terminal, mia madre crollò. Si spezzò come un ramoscello e iniziò a piangere senza controllo. Non mi importava. Ero insensibile come una roccia.

Mio padre era furioso che stessi parlando a mia madre in quel modo, ma in qualche modo, malgrado il mio comportamento, riuscimmo ad arrivare tutti insieme al parcheggio dell'aeroporto. Quando entrammo in macchina, chiesi di sapere dove stavamo andando. Mia madre sussurrò: “Stai andando in un centro di riabilitazione nella zona centrale della Pennsylvania. Sarà l'occasione per un nuovo inizio”.

Un nuovo inizio? “Sì, bene”, pensai. “Bene, mi allontanerà da voi!”

——
Padre Donald Calloway è sacerdote da 13 anni e attualmente è Direttore delle Vocazioni e Vicario Provinciale della Congregazione dei Maristi dell'Immacolata Concezione di Steubenville, Ohio (Stati Uniti). È autore di 8 libri e guida pellegrinaggi in tutto il mondo. Il suo sito web è www.fathercalloway.com.

[Traduzione dall'inglese e adattamento a cura di Roberta Sciamplicotti]

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dipendenzatestimonianze di vita e di fede
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