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Le immagini floreali più legate a Gesù e alla Madonna

© Antonio Marches/rosemania.it
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Un libro ripercorre la vicenda dei fiori nella storia del mondo e in quella del cristianesimo

Fin dall'antichità, i fiori sono stati ampiamente usati nelle celebrazioni rituali. È stato così per le civiltà mediterranee pre-cristiane, come il mondo egizio, quello cretese e quello greco-romano, proseguendo nei secoli successivi, quando con il Medioevo l’uso dei fiori si è trasformato andando di pari passo con un'attenzione particolare alla comprensione delle valenze mediche e terapeutiche degli antichi Herbari, condizione indispensabile per comprendere come le accezioni “salvifiche” di alcuni fiori si siano trasferite sulla Madonna e sui santi.

In questo contesto, il libro di Sara Piccolo Paci “Rosa sine spina. I fiori simbolo di Maria tra arte e mistica” (Ancora) aiuta a ripercorrere la storia dell'importanza dei fiori nel corso dei millenni e il loro affiancamento alle immagini sacre, soprattutto a quelle di Cristo e di sua Madre.

IL CANTICO DEI CANTICI
 

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Tra le espressioni più alte della mistica e della poetica biblica troviamo il Cantico dei Cantici, in cui la Sposa è definita in molti modi, spesso con metafore vegetali e floreali. Lei stessa dice di sé: “Io sono la rosa di Saron, il giglio delle valli”, mentre lo Sposo parla di lei dicendo: “O Sposa mia, tu sei un giardino serrato, una sorgente chiusa, una fonte sigillata”.

Le immagini evocate da queste descrizioni sono state oggetto di profonde meditazioni da parte di esegeti, commentatori, poeti, letterati e artisti di ogni epoca. La Sposa è stata paragonata alla Chiesa e alla Vergine, lo Sposo a Cristo. Da qui le innumerevoli rappresentazioni della Vergine all’interno di un hortus conclusus, vicina ad una fonte d’acqua, circondata di rose o seduta su un prato punteggiato di fiori primaverili.

Nelle Laudi e nelle litanie, come simboli delle virtù di Maria, si trovano anche i titoli di Vas spirituale, Vas honorabile, Vas insigne devotionis, Rosa mystica e Regina sacratissimi rosari, tutti termini che si sono prestati facilmente alla trasformazione in immagini, sia come accompagnamento delle immagini mariane (non è casuale la ricca presenza di vasi, con fiori o senza, nelle immagini di Annunciazione o di Madonna in trono) sia a sé stanti, soprattutto quando si sviluppò il genere della cosiddetta “natura morta”.

In uno dei suoi sermoni mariani più conosciuti, Bernardo di Chiaravalle parlava così della Vergine: “O Maria, il santissimo grembo tuo e il giardino di delizie dal quale noi cogliamo con grande gioia il fiore, che per tutto il mondo diffonde una moltitudine di dolcezze. Tu sei l’hortus conclusus, o Madre di Dio, nel quale mai entrò peccato”.

DE CORONA VIRGINIS
 

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Il De Corona Virginis è un piccolo trattato attribuito al vescovo Ildefonso di Toledo, vissuto nel VII secolo. Il testo si svolge su due registri, descrittivo e simbolico, e prende in analisi un insieme di piante, “pianeti” e pietre preziose, immaginandoli quali ornamento della Vergine Maria, definita “amabilis velut rosa”. Qui i fiori sono utilizzati sia in senso allegorico che simbolico, per il loro colore o per le proprietà terapeutiche che di essi si conoscevano.

Tra i fiori “di Ildefonso” troviamo quegli stessi già usati in antico nella devozione di grandi divinità femminili, come il giglio, il croco, la rosa e la viola, ma anche di nuovi, come la calendula e la camomilla.

L’autore compone una “corona” di 24 elementi, la maggior parte pietre, divisa in 6 gruppi, ciascuno composto di due pietre, un “pianeta” o “stella” e un fiore.

LA ROSA
 

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La rosa è il fiore mariano e mistico per eccellenza, capace di conservare segreti e intuizioni spirituali: “bianca e senza spine, perché senza macchia del peccato; rosa, per il mistero dell’Incarnazione; rossa, per l’amore e la carità con cui ha acconsentito alla chiamata del Padre e per il dolore sofferto nel vedere il Figlio sulla croce”.

La rosa rossa divenne anche simbolo dell’Amore perfetto, potendo quindi assimilarsi anche a Cristo oltre che a Maria; d’oro, infine, nella gloria dell’Assunzione – e, per associazione, venne a descrivere anche le beatitudini paradisiache, tanto che Dante immaginò i Beati nell’Empireo composti come una rosa attorno a Dio.

Una rosa per ogni fase della vita di Maria. Così, per la Piccolo Paci, nacque probabilmente anche il rosario, ovvero “corona di rose”, “pratica devozionale che vede una serie di preghiere intercalate dalla riflessione sui principali misteri della vita della Vergine e del Cristo proprio come si raccoglie un bouquet di rose”.

IL CARDO MARIANO
 

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Un altro fiore ad essere associato a un simbolismo doloroso è il cardo mariano. Il cardo era noto sia per uso alimentare che per quello terapeutico. Le sue proprietà toniche, antiossidanti e galattogene la rendevano una pianta preziosa, spesso usata dalle puerpere e dagli anziani come integratore e rigenerante.

Le piccole chiazze bianche che si trovano sulle foglie e gli usi galattofori diedero origine alla leggenda che voleva queste essere la memoria delle gocce di latte della Vergine, cadutele mentre allattava Gesù durante la fuga in Egitto.

La presenza delle spine lo resero adatto anche a rappresentare i dolori di Maria, nonché ad evocare l’immagine della corona di spine della crocifissione.

IL GIGLIO
 

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Nel suo Vallis Liliorum, il mistico tedesco Tommaso da Kempis cita il Cantico dei Cantici: “Io sono il fiore ed il giglio delle convalli”; “È questa la parola con cui Cristo si volge alla santa sua Chiesa in generale, e più specialmente a ciascuna anima pietosa. Cristo infatti è il bellissimo sposo della cattolica Chiesa […], il fiore di tutte le virtù, il giglio delle convalli. […] chi dunque voglia servire a Cristo e piacere al celeste sposo, procuri di spogliarsi de’ suoi vizi, di raccogliere i gigli di virtù”.

Jacopone da Todi, ne Il Pianto della Madonna de la passione del figliolo Jesù Cristo, fa dire a Maria: “O figlio, figlio, figlio! / Figlio, amoroso giglio, / figlio, chi da consiglio / al cor mio angustiato?”.

“Se il connubio tra rose e gigli nelle raffigurazioni religiose sottolinea spesso proprio il legame mistico tra Madre e Figlio”, scrive la Piccolo Paci, “laddove si enfatizza la presenza dell’iris, magari associato ad un altro fiore, come l’aquilegia ad esempio, si vuole evidenziare la sovranità e il destino doloroso e necessario del Salvatore”.

NATURE MORTE
 

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Nelle nature morte è spesso percepibile una struttura religiosa o morale nascosta dietro all’immagine, solo apparentemente semplice. “Un vaso di fiori o una tavola imbandita”, ricorda l'autrice, “potrebbero essere solo quel che sembrano, esprimendo semplicemente l’apprezzamento estetico per i colori e le forme o, al massimo, lo status del committente. Ma, spesso, alcuni elementi ed associazioni ci fanno intuire un significato spirituale diverso, oggi forse di più difficile comprensione che in passato”.

“Il grande successo delle Stilleben in area fiamminga, sia cattolica che protestante, e anche legato all’esigenza di esprimere la res mystica in un’area dove era stata bandita la visione tradizionale dell’arte sacra” a seguito della Riforma protestante.

“Con la natura morta si potevano soddisfare le esigenze sia di una committenza colta, profondamente religiosa, che ancora necessitava di un mezzo con il quale poter raffigurare realtà religiose, spirituali e mistiche sulle quali meditare, sia i critici riformati più estremisti, per i quali la rappresentazione letterale e tradizionale della storia della salvezza era cosa da evitare. Questa duplice possibilità offerta dalla pittura illusionistica della Stilleben era del tutto comprensibile al pubblico cattolico e questo spiega come molti dei primi committenti cattolici fossero proprio cardinali e vescovi, come nel caso del cardinal del Monte che commissiona a Caravaggio la famosa Canestra di frutta – oggi all’Ambrosiana di Milano – per farne dono al cardinale Federico Borromeo”.

IL TULIPANO
 

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Tra le prime piante ad essere direttamente importate in Europa con successo vi furono quelle dal Vicino Oriente, in particolare bulbacee dalla Turchia. Tra queste si deve ricordare l’immensa fortuna del tulipano, la cui passione portò in meno di cinquant'anni dalla sua prima comparsa in Europa, nel 1554, a una delle febbri lucrative più devastanti di sempre, visto che soprattutto nelle Province Unite del nord Europa (l'attuale Olanda) i preziosi bulbi erano valutati ben più dell’oro e
la classe mercantile ne fece un vero e proprio status symbol.

Il tulipano incarnava i concetti di monarchia e di vita cortese, era espressione di pace e di rinnovamento e, allo stesso tempo, di ricerca spirituale. Il tulipano, specie se rosso, somigliava alla fiamma mistica con la quale il vero cercatore immola se stesso nel tentativo di raggiungere Dio. Era quindi l’espressione perfetta per rappresentare il vero amore e l’amore divino. Dal Seicento divenne uno dei fiori più amati e più rappresentati nelle nature morte, ed è stato presto associato ai fiori di Maria e di Gesù.


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“Nobili” o più semplici, tutti i fiori sono un dono e fanno un giardino. A questo proposito, Sara Piccolo Paci termina il suo libro con un pensiero di Santa Teresa del Bambin Gesù: “Gesù si è degnato di istruirmi in questo mistero. Egli ha messo davanti ai miei occhi il libro della natura ed io ho compreso che tutti i fiori che Egli ha creato sono belli, che la bellezza della rosa ed il candore del giglio nulla tolgono alla piccola violetta o alla semplicità della margherita. Ho compreso che se tutti i piccoli fiori volessero essere rose, la natura perderebbe la sua bellezza primaverile, i campi non sarebbero più smaltati di colori diversi. In realtà è nel mondo delle anime che è il giardino di Gesù. Egli ha voluto creare i grandi santi, che sono comparabili ai gigli ed alle rose; ma Egli ne ha creato anche di più piccoli e questi si devono accontentare di essere delle margherite e delle violette, destinate a rallegrare lo sguardo di Dio quando Egli lo abbassa ai suoi piedi. La perfezione consiste nel fare la Sua volontà, essere quello che Egli voleva che noi fossimo”.

 

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