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I tre aromi del gesuita…

Intervista a Padre Adolfo Nicolás su pace e Siria

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Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 08/05/15

Come Papa Francesco, il Preposito generale della Compagnia di Gesù si appoggia ad una bella immagine per i suoi confratelli

“Un gesuita – ha dichiarato ilPadre GeneraleAdolfo Nicolás– può avere risposte ad alcune di domande e sfide, ma non è mai soddisfatto. Questo gesuita emana l'aroma di pecora, l'aroma di biblioteca e l'aroma del futuro”.

Lo ha fatto durante una recente visita alla Provincia dell’Africa Occidentale, l'occasione si è presentata parlando con i gesuiti in Camerun, e si è soffermato ad apprezzare i valori che stanno a cuore agli africani, cioè rispetto per la vita e amore per la vita. Padre Nicolàs ha poi tracciato l’immagine del gesuita odierno come un uomo in costante ricerca di comprensione e di senso. Ogni gesuita è impegnato in un mondo in continua evoluzione, un mondo che quotidianamente pone domande e sfide. “Un gesuita, ha dichiarato il Padre Generale, può avere risposte ad alcune di queste domande e sfide, ma non è mai soddisfatto”. Questo gesuita emana tre aromi: “l’aroma di pecora, l’aroma di biblioteca e l’aroma del futuro” (Gesuiti News, 6 maggio).

Chiaro il riferimento ad un altro gesuita, vale a dire il Papa, che spesso ricorda come sia importante per un pastore avere “l'odore delle proprie pecore, del proprio gregge” che altro non vuol dire che essere parte del vissuto della propria comunità, come un padre e non come una persona di passaggio che non si immischia.

In tutto ciò, il Padre Generale chiede ai gesuiti di rivedere il loro rapporto con i poveri di Dio.Una delle sfide che l’attuale Compagnia si trova ad affrontare è trovare i modi per aiutare la Chiesa universalea trarre beneficio dai valori delle diverse culture, questione – quella dell'inculturazione – che fa tornare alla memoria le dispute dei cosiddetti “riti malabarici” tra missionari gesuiti e la Santa Sede nel XVII secolo:

La Controversia dei riti malabarici fu una disputa sviluppatasi agli inizi del Seicento in concomitanza con l’affine e coeva Questione dei riti cinesi. L’espressione trae origine dalla regione indiana del Malabar, in cui allora era presente un’importante missione gesuitica, più precisamente nella città di Madura (oggi Madurai). Nulla a che fare, dunque, con la Chiesa cattolica siro-malabarese.

Tale disputa nacque in occasione del viaggio in India del missionario gesuita Roberto de Nobili, compiuto nel 1604: de Nobili ruppe infatti la consuetudine dei missionari di impedire ai neofiti il ricorso a pratiche e usanze locali molto antiche, come l’uso di alcuni segni distintivi delle caste e certe abluzioni (a cui fu in seguito attribuito il nome di riti malabarici). Nonostante avesse portato a un consistente aumento delle conversioni, tale condotta fu messa in discussione a Roma perché considerata troppo lassista. Nel 1623 papa Gregorio XV si pronunciò a favore di de Nobili, ma agli inizi del Settecento furono i cappuccini a pronunciarsi contro formulando 36 tesi di critica (Treccani.it).

A questo scopo padre Adolfo ha invitato i gesuiti a prestare particolare attenzione a tre dimensioni della vita attuale dei gesuiti: profondità,creatività, e vita nella Spirito.

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