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Religiosi sì, superstiziosi no

© Marko Vombergar
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Come evitare di cadere nella superstizione

Fin dai primi secoli della Chiesa, si è sentita la necessità da parte dei fedeli di rappresentare graficamente i simboli più espressivi della fede (la croce, l'Eucaristia – pane e pesci –, il buon pastore…), e dalla fine del IV secolo episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento o della vita dei santi martiri dei quali cresceva la venerazione.

Senza andare molto lontano, ricordiamo giusto un esempio: gli affreschi nelle catacombe di Roma.

Non bisogna tuttavia fermarsi agli oggetti o ai dipinti. Bisogna andare oltre. Le creazioni umane non sono un fine in sé, ma una sorta di trampolino per relazionarci con una realtà superiore: la divinità.

Una cosa è apprezzare con ammirazione l'ingegno umano riflesso in un'opera d'arte, un'altra è “vedere” attraverso queste opere ciò che si deve adorare e/o venerare.

Il Concilio di Nicea del 787 ha stabilito l'atteggiamento della Chiesa nei confronti delle rappresentazioni sacre quando un uragano iconoclasta, che promuoveva la distruzione di immagini e dipinti, ha scosso il cristianesimo, soprattutto quello orientale.

La funzione didattica e pastorale dei dipinti ha giocato un ruolo importante nel Medioevo, quando le pareti delle chiese si sono trasformate grazie ad essi nella Bibbia dei poveri.

Sulla base di quei dipinti si istruiva, e la vita cristiana ha ricevuto un forte stimolo. Quelle immagini insegnavano agli illetterati ciò che la Scrittura insegnava ai letterati, ovvero coloro che non conoscevano la Scrittura videro nei dipinti quello che dovevano credere e fare. Molti di quei dipinti sono giunti fino ai giorni nostri e sono vere opere d'arte.

L'invenzione della stampa ha aperto poi un nuovo spazio all'iconografia, che è giunta facilmente in mano ai fedeli.

Se è connaturale all'essere umano avere un ricordo dei familiari defunti, come fotografie, quadri, cose che sono appartenute loro e che si conservano con devozione, soprattutto se nella vita hanno lasciato di sé un'impronta felice e grata, è anche connaturale per il cristiano ricordare con venerazione e riconoscenza i membri della propria famiglia ecclesiale.

Il ragionamento familiare si può quindi trasferire perfettamente al campo ecclesiale, e questo avverte del fatto che il cristiano fa parte di una famiglia, la Chiesa, e che i santi sono membri di questa famiglia che per la loro vita e la fedeltà al Vangelo la Chiesa stessa invita a imitare.

Sono anche, tuttavia, i fratelli maggiori che, godendo già della visione beatifica di Dio, possono intercedere per noi, ancora pellegrini sulla terra, e ottenere quelle grazie soprattutto spirituali che ci permettono di vivere degnamente la nostra fede. Il culto dei santi è questo e solo questo.

È quindi accettato il fatto che il cristiano senta la necessità di avere e portare con sé un ricordo visibile del santo che sente più vicino.

In questi ultimi secoli, il progresso della stampa e delle tecniche ha contribuito alla moltiplicazione di santini, quadri, immagini, medagliette e altri oggetti religiosi. Queste opere non sono “oggetto di fede”, e i fedeli che vi si relazionano religiosamente dimostrano semplicemente il proprio affetto al santo o alla Vergine Maria.

E la Chiesa cosa fa?

In primo luogo non può proibirne la produzione e la commercializzazione. Può solo chiedere agli artisti – e lo fa, lo ha sempre fatto – di attenersi al carattere sacro del loro lavoro e di rispettare la sensibilità religiosa dei fedeli.

Spesso questi oggetti sono benedetti, ma non per conferire loro un carattere sacro, quanto per invocare la benevolenza divina su chi li conserva o li porta con fede. Non saranno incensati a meno che non si tratti di quadri o immagini esposti al culto pubblico e solenne nelle chiese o nei santuari, e che questo culto sia antico.

L'uso religioso delle immagini, sia in funzione del culto che con fini mnemotecnici, didattici e/o artistici, è conciliabile con la fede nella trascendenza e nell'unicità di Dio, con la retta vita ecclesiale.

Se Dio si è manifestato nella storia e nella carne, ovvero se Cristo è “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), salvaguardando le dovute proporzioni, l'amore e la devozione per i santi si possono riflettere anche attraverso le loro rappresentazioni o immagini.

Se Dio si rende presente nell'uomo attraverso la grazia, qualcosa di questo può essere percepito e plasmato attraverso l'arte.

Nessuno, quindi, può proibire la venerazione di un santo o di manifestare la fede in certe verità teologiche attraverso le immagini, perché non se ne può negare la liceità, l'importanza e la necessità.

Altrettanto si può dire dei santuari, dei pellegrinaggi e altre cose del genere. Si tratta di opportunità diverse che si offrono ai fedeli, che se ne servono in base al dono di Dio e alle proprie esigenze.

Basta ricordare in ogni caso ciò che diceva San Paolo: “Tutto è vostro… ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3, 21-23).

Una cosa, però, è la devozione, la fede, il vivere in modo sano la religiosità, e un'altra molto diversa è fraintendere, deformare la dimensione religiosa e cadere in superstizioni.

Il rispetto per il primo comandamento della legge di Dio implica il fatto di opporci fondamentalmente a due cose: l'irreligione e la superstizione.

“La superstizione rappresenta, in qualche modo, un eccesso perverso della religione; l'irreligione è un vizio opposto, per difetto, alla virtù della religione” (Catechismo, n. 2110).

Cosa ci viene detto con questo? Che possiamo cadere in un abuso della religione anche modificandola a nostro piacimento trasformando qualcosa di buono in qualcosa di cattivo non seguendo o non rispettando ciò che ci chiede la Chiesa.

Ciò significa che l'essere umano e/o il cristiano deve stare molto attento perché non è corretto usare la fede in modo superstizioso; è necessario sapersi relazionare bene con i sacramentali.

I sacramentali sono “segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali. Per mezzo di essi gli uomini vengono disposti a ricevere l'effetto principale dei sacramenti e vengono santificate le varie circostanze della vita” (Catechismo n. 1667).

Tra i sacramentali c'è una grande varietà di preghiere. I sacramentali appaiono nel Catechismo nella parte riservata alle “altre celebrazioni liturgiche” e includono funerali, esorcismi, benedizioni di persone, consacrazione e benedizione di oggetti.

Entra anche la religiosità popolare: “la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la 'via crucis', le danze religiose, il Rosario, le medaglie, ecc.” (Catechismo n. 1674). Altri sacramentali sono l'acqua benedetta, il segno della croce, lo scapolare e le candele.

Ricordiamo allora che “la superstizione è la deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone. Può anche presentarsi mascherata sotto il culto che rendiamo al vero Dio, per esempio, quando si attribuisce un'importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o necessarie”.

“Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione” (cfr. Mt 23, 16-22)” (Catechismo, n. 2111).

Questo articolo parla dell'importanza della disposizione interiore per non cadere nella superstizione.

Cos'è la disposizione interiore? Dare a Dio il posto giusto e corretto che gli spetta nella nostra vita. Il nostro cuore sia pieno di Lui, le nostre intenzioni siano risposta alla sua volontà e rifugiarci tra le sue braccia, ovvero donarci umilmente a Lui.

Si tratta, quindi, di purificare il nostro rapporto con Dio. Dobbiamo iniziare il nostro rapporto con Dio con una sana, retta e seria disposizione interiore attraverso i sacramenti, la fedeltà alla dottrina e al magistero della Chiesa e il retto uso dei sacramentali. In quest'ordine.

Un altro aspetto della superstizione è servirci della dimensione religiosa per entrare in contatto con realtà estranee, realtà oscure (alcune delle quali pericolose) per “dislocare” l'unico Dio vivo e vero.

È ovvio che il cristiano o l'essere umano deve saper chiudere la porta a tutto ciò che lo allontana da Dio e dalla salvezza. Un buon cristiano deve sapere che le pratiche superstiziose e la fede corretta in Dio sono incompatibili.

E perché sono incompatibili? Perché in tutte queste pratiche c'è l'assenza di qualsiasi spiegazione logica, c'è assenza di razionalità. Si tratta di credenze estranee alla fede cattolica, oltre a costituire un peccato.

Potremmo chiederci come sia possibile che ancora oggi ci sia tanta superstizione, visto che viviamo in un'epoca di grande progresso scientifico. Ci sono varie risposte.

1.- La prima risposta è che la persistenza delle varie forme di superstizione è dovuta a una presentazione ed esposizione insufficiente o inadeguata del messaggio cristiano.

È ciò che è stato già spiegato in precedenza con il tema dei sacramentali. Spesso la pratica superstiziosa, proprio per il semianalfabetismo religioso, si associa ad elementi cristiani. È tipica la recita “vuota” di determinate preghiere per trovare oggetti perduti e cose del genere.

Per questo si richiama l'attenzione degli agenti di pastorale a favore di una catechesi e di una predicazione più in sintonia con il messaggio di Cristo, e quella dei fedeli stessi perché si interessino ad approfondire seriamente i contenuti della fede.

La superstizione è ignorare il Dio unico e vero: “Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? Voi infatti osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo” (Gal 4, 8-11).

2.- La seconda risposta è nel fatto che tutte le forme di superstizione si basano sull'insicurezza esistenziale dell'essere umano di fronte agli eventi più vari della vita individuale e collettiva e sulla sua necessità innata di difendersi dai rischi possibili o reali che può trovare.

3.- La terza risposta è che molti vedono le varie forme di superstizione come un sostegno psicologico perché l'umanità è sempre vissuta afflitta da paure: paura della morte, delle cose sconosciute, dell'aldilà…

4.- La quarta risposta è che ricorrere alle varie pratiche superstiziose è un modo di evadere le responsabilità, visto che le superstizioni fanno sì che la gente incolpi delle proprie disgrazie la cattiva sorte o cerchi nella buona sorte un cammino facile per avere tutto senza sforzi.

5.- La quinta risposta è la pretesa errata di manipolare la realtà a nostro piacimento. Le superstizioni riflettono il desiderio che una cosa diventi realtà o di evitare che ci accada qualcosa di brutto.

6.- La sesta risposta è che Satana, il padre della menzogna, nel suo impegno per allontanare l'essere umano da Dio e dall'opera di redenzione ha voluto avvalersi dei timori fondati o infondati perché attraverso la superstizione l'essere umano si rifugi in cose ingannevoli, false e peccaminose cadendo nelle sue mani.

“Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che 'svelino' l'avvenire. La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium manifestano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo” (Catechismo, n. 2116).

Per questo Dio ha dato chiare istruzioni al suo popolo Israele: “Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l'augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18,10-12).

Come si è detto, parte della superstizione è la pratica errata dello spiritismo, l'invocazione dei defunti. A questo proposito, la Bibbia dice: “i morti non sanno nulla” (Qo 9, 5).

L'apostolo Paolo ha esortato i superstiziosi abitanti di Licaonia dicendo loro: “Vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano” (At 14, 15).

Ricorrere alle varie forme di superstizione non solo rappresenta un'offesa a Dio, ma è anche una negazione della dignità dell'uomo.

È un'offesa a Dio perché diminuisce o annulla la sua sovranità sulla creazione, ed è una negazione dell'essere umano perché fa dell'uomo un burattino alla mercè e al capriccio di cose inanimate, togliendogli in definitiva l'uso del dono più bello, che è quello della razionalità.

Per questo la Chiesa si oppone a divinazione, amuleti, astrologia (che non è sinonimo di astronomia), stregoneria, spiritismo, oroscopi, magia e medium, meditazione trascendentale, New Age, ecc.

Per questo motivo, i cristiani autentici devono tenersi lontani dalla superstizione: “Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò” (2 Cor 6, 14-16).

Per procedere nella vita sulla giusta via bisogna solo confidare in Gesù, che è la via, la verità e la vita. Sì, Gesù è la verità che ci rende liberi. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, ha detto (Gv 8, 32).

È quindi importante relazionarci con Gesù, con un Gesù che non è astratto, teorico, intangibile o irreale ma con un Gesù capo della Chiesa, che è presente e agisce soprattutto nei sacramenti.

Relazionarci correttamente a Gesù e a tutto ciò che sana o è santamente collegato a Lui fa parte della buona disposizione menzionata in precedenza.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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